Palermo: si presenta il libro “Città e periferia”

“Città e periferia. Metamorfosi architettonica e urbanistica”. È il titolo del libro di Cesare Capitti che sarà presentato lunedì 19 giugno alle 16.00 nella sala Florio della sede Ance a palazzo Forcella De Seta al foro Umberto I di Palermo. Un appuntamento promosso dall’università di Palermo, in collaborazione con l’ordine degli architetti, BCsicilia, Ance e Maurfix editore.

I lavori saranno introdotti e coordinati da Alfonso Lo Cascio, presidente regionale BCsicilia. Dopo i saluti istituzionali di Massimiliano Miconi, presidente Anci Palermo; di Filippo Dattolo, direttore Ance Palermo; di Sebastiano Monaco, presidente degli architetti PPC provincia di Palermo, sono previsti gli interventi di: Santo Giunta, docente di progettazione architettonica Unipa; Marcello Panzarella, ordinario di progettazione architettonica Unipa e Giuseppe Trombino, presidente della sezione siciliana dell’istituto nazionale urbanistica. Saranno attribuiti 3 crediti formativi professionali per gli architetti che parteciperanno alla presentazione del libro.

Le questioni esplorate nel volume costituiscono l’approfondimento di tematiche avviate con alcune riflessioni contenute nei testi “Governo del territorio e dottrina sociale della chiesa in archiettura, urbanistica, ambiente e paesaggio” e “La città della speranza”. Il riferimento costante all’assetto della città deriva da una ricerca mirata costantemente a ritrovare tale dimensione nell’ambito degli strumenti urbanistici generali, avendo avuto Cesare Capitti la possibilità di praticare l’urbanistica da un punto di vista privilegiato e, in particolare, per essere stato dirigente e, in ultimo, capo servizio del dipartimento urbanistica dell’assessorato regionale del territorio e dell’ambiente, con una esperienza ultradecennale svolta nell’ambito del consiglio regionale dell’urbanistica CRU.

Gli argomenti affrontati, in particolare gli agglomerati urbani costruiti ai margini delle città storiche, configurandosi con l’eccezione negativa di periferia in quanto oggetto di speculazioni edilizie, carente dei servizi indispensabili per una civile convivenza comunitaria e spesso molte di essi sono in condizioni di degrado sia edilizio che sociale. La crescita della popolazione nella città dalla fine del XIX secolo ha generato la richiesta di un fabbisogno edilizio che ha comportato uno sviluppo incontrollato di agglomerazioni spesso anche distanti dai centri urbani consolidati e storici, caratterizzandosi per città satelliti e città dormitori. L’eccezione negativa è tutta italiana, in Gran Bretagna, viceversa, si è caratterizzata con la costruzione di new towns secondo il modello delle città iardino prevalentemente residenziali.

In Italia, solo in passato, a partire dal basso medioevo fino al 1700, i costruttori dei borghi erano gli artisti, i pittori, gli scultori, le maestranze, gli artigiani, che costruivano città e piccoli centri di gradevole aspetto e funzionali alle relazioni commerciali e sociali dei cittadini. Palazzi, monumenti, fontane, chiese e cattedrali che ancora si possono apprezzare da oltre mille anni. La ricerca della bellezza e dell’estetica, era mirata a soddisfare i bisogni reali dell’uomo mediante la realizzazione di forme fruibili e funzionali¸in tal modo si crearono città e quartieri decorosi, armoniosi e di senso.

Le cattedrali si costruivano al centro della città, in un contesto sociale e fisico, sintetizzando con un gesto architettonico una necessità e un desiderio condiviso che finiva inevitabilmente per definire una identità tanto vera quanto bella, armonica, attrattiva e potente. L’universo delle megalopoli del XX secolo, hanno generato invece spazi marginali abitati che sono diventati luoghi di esclusione, i non luoghi. Infatti le megalopoli producono costantemente periferie urbane e marginalizzazioni umane. Di fronte a questa realtà, specie nel sud del mondo, gli Stati e le istituzioni sovente ignorano e rinunciano ad un controllo reale di questi spazi, e diventano un mondo perduto, in cui si consumano drammi umani correlati a reti criminose e ribellismi endemici, nel quadro di una cultura della sopravvivenza. Le nuove periferie, intese come luoghi di emarginazione sociale, geografica ed economica, stanno divenendo la condizione umana più diffusa, infatti tali periferie devono essere intese non solamente come “periferie urbane” tradizionalmente identificate, ma come condizioni metaforiche di persone concretamente marginalizzate.

Alle città deve associarsi il concetto di comunità, che indica non solo condivisione di valori e di servizi pubblici, ma anche di concreta solidarietà e condivisione. Al centro degli interessi non più gli alloggi, ma innanzitutto le persone. Il concetto di persona implica, nell’individuo, presenza della realtà spirituale che, per sua natura, è realtà aperta. Realtà per la quale la «relazione con il prossimo” è componente caratteristica del suo essere e del suo divenire. È attraverso una rete di “relazioni” che l’uomo si fa uomo, che cresce come uomo. Si tratta della “relazione che, sul piano orizzontale, va da quella familiare, nella quale si colloca la sua origine, a quella che, per cerchi e intrecci vari, tocca l’orizzonte dell’umanità, e, sul piano verticale, quella con il mondo sovrumano della trascendenza. È proprio questo processo di relazionalità, che parte dall’uomo e mira all’uomo, che vuol mettere in luce l’espressione «città dell’uomo a misura d’uomo”.

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