Trattativa mafia e Stato: il dubbio di Grasso Il procuratore nazionale Antimafia, Piero Grasso, nel corso dell'audizione a Palazzo San Macuto in commissione Antimafia, relativamente alla presunta trattativa che ci sarebbe stata tra Stato e mafia a proposito della strage del giudice Falcone, ha avanzato il sospetto "che una qualche entita' esterna abbia potuto dare un appoggio o quantomeno una ispirazione a Cosa nostra" nella strage del giudice Giovanni Falcone.
Da che cosa nasce il sospetto Grasso non lo spiega, o meglio non è stato riferito nelle note d’agenzia, ma quanto basta per tenere gli occhi aperti su questo “ritorno di fiamma” dell’inchiesta sulle stragi siciliane. Dopo avere condotto a Milano ed alle frequentazioni politiche dei fratelli Graziano con le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza e a ministri, magistrati che sapevano e non ricordavano alcune circostanze che precedettero e seguirono le fasi della presunta trattativa – smentita dagli ufficiali di carabinieri indicati come portatori sani – con la deposizione di Piero Grasso, l’inchiesta si sposta ancora e lascia prevedere altri sviluppi finora solo vagamente accennati.
Ciò che sospetta Grasso, tuttavia, contraddice in qualche modo gli argomenti finora messi in campo per delineare i contorni della trattativa fra Stato e Cosa nostra. Affidata all’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, grazie alla sua disponibilità a mettersi in mezzo, essa aveva finora visto da una parte Totò u curtu ed i suoi accoliti, fare proposte con l’arcinoto papello, il mediatore Ciancimino molto severo nello sbanchettamento di richieste improponibili e lo Stato rappresentato, ma fino a un certo punto, dal colonnello Mori e dal capitano De Donno, i quali non se la sono certo tenuta in serbo la patata bollente ma l’hanno annunciata ad un sacco di gente.
Se, come sospetta Grasso, c’è una entità esterna nel complotto per la strage di Falcone, la trattativa non può riguardare unicamente Cosa nostra, a meno che Cosa nostra abbia voluto giocare su due piatti contemporaneamente, prendendo in considerazione “la commessa” da una parte, e cercando di ottenere vantaggi da uno scambio fra una rinuncia a colpire e il ritorno alle vecchie procedure di politica giudiziaria, molto più garantiste. Cosa nostra, in genere, lavora per sé e per altri. La sua azione è determinata da moventi multipli che si innestano su piani paralleli con i vari livelli gerarchici. Più in basso si va, meno si sa.
Il collaboratore Gaspare Spatuzza non può sapere ciò che è a conoscenza dei componenti della commissione, e fra costoro non tutti sanno tutto. L’entità esterna, se c’è, non è certo sulla bocca di tutti, specie se arriva nel territorio attraverso i collegamenti internazionali che la mafia ha sempre avuto. Quando si accenna ai collegamenti internazionali, il pensiero – da queste parti – corre agli Usa, dove la mafia siculo-americana è stata il trait d’unione storico con Cosa nostra siciliana. Non è un mistero per nessuno che i collegamenti fra mafia e politica sono passati attraverso le consolidate abitudini delle autorità americane, abitudini che hanno origine agli inizi del secolo scorso. Inutile scomodare la storia, tuttavia.
Il ruolo della mafia siciliana nel dopoguerra è fin troppo raccontato e mitizzato. Sulle stragi siciliane, però, le intermediazioni esterne non hanno goduto di grande attenzione perché finora ci si è concentrati sulla strategia rivoluzionaria della mafia che, rompendo con una tradizione consolidata, affida al terrorismo i suoi messaggi alla politica, per colpire i “traditori” e convincere gli incerti che è meglio venire a patti. Ma la risposta rivoluzionaria alle novità in materia di politica giudiziaria – abbandono del garantismo e restrizioni per i detenuti mafiosi – non ha convinto fino in fondo, perché le conseguenze di questa scelta avrebbero certamente reso più severo lo Stato, anche il più timido, fino a costringerlo a mettere in campo ogni risorsa per combattere Cosa nostra. Possibile, ci si chiede, che le menti raffinate di Cosa nostra – come le definì Falcone – non abbiano previsto questa reazione dello Stato?
Queste domande, finora senza risposta, hanno indotto ad analizzare anche il contesto storico in cui il terrorismo mafioso misurò la sua forza di fuoco. Ebbene, quella fu la stagione in cui il potere – politico, finanziario, economico – in Italia cambiò profondamente, e venne firmato il trattato di Maastricht che avrebbe reso l’Europa padrona del gioco nelle contrattazioni finanziarie internazionali. (fonte Siciliainformazioni)
28 / 10 / 2009
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