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Siracusa: domani si alza il sipario sul XLVII ciclo di rappresentazioni classiche


Sarà il Filottete di Sofolce, nella traduzione di Giovanni Cerri, per la regia di Gianpiero Borgia, ad aprire domani sera a Siracusa il XLVII ciclo di spettacoli classici di Siracusa organizzato dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico. Giovedì seguirà poi la rappresentazione dell’Andromaca di Euripide nella traduzione di Davide Susanetti, per la regia di Luca De Fusco. Le scene ei costumi sono di Maurizio Balò
Gli spettacoli, come di consueto, andranno in scena a giorni alterni fino al 19 giugno prossimo ogni pomeriggio alle 18:30. Dal 24 al 26 giugno, infine, andranno in scena Le Nuvole di Aristofane, con la regia di Alessandro Maggi.
Quest’anno L’Inda ha deciso di dare voce a due tragedie poco rappresentante, seppure di particolare intensità. Sono entrambe due drammi della crisi, composte nel periodo difficile della guerra del Peloponneo. IN scena figure di grande dignità che, però, vengono relegate ai margini. Ostaggi di un’umanità meschina, di un destino che appare senza via d’uscita, intrappolate da regole anguste di convivenza sociale o dalla loro stessa inflessibilità.
Per il terzo anno consecutivo la Fondazione INda compone in un dittico i drammi di Sofocle ed Euripide, approfondendo un’indagine condotta su due filoni complementari.
Con Andromaca torna in scena una tragedia del dopoguerra. Si assiste alla deportazione delle principesse schiave come nelle Troiane e nell’Ecupa (stagione 2006) condotte in Grecia come trofeo dai vincitori-padroni. Ma a ciò che accadde dopo ad una di loro, alla contraddittoria integrazione nella nuova casa come concubina malvista dalla moglie legittima del Re. Dopo la guerra di Troia, Andromaca è toccata in sorte a Neottolemo, da cui ha avuto un figlio, mentre la sposa greca Ermione, figlia di Elena e Menelao, unendo alla gelosia la preoccupazione per la propria sterilità, dentro le mura del palazzo coltiva un odio che diventa impulso omicide. Nell’Andromaca Euripide riprende il tema del doppio talamo, delle nozze legittime contrapposte all’unione con una donna “barbara”. Come Medea, sebbene con esiti ed uno sviluppo del personaggio molto differenti, Andromaca incarna il fragile statuto della straniera, rispetto alla sposa greca condannata all’emarginazione. I personaggi femminili di questo dramma si fanno anche portatori di due diverse visioni del gamos. Andromaca donna del buonsenso, unisce alla fedeltà la sopportazione e la mitezza, ma è anche una donna che ha sofferto ed è stata temprata da un dolore che invece la sua antagonista non riesce a capire. Ermione, giovane ed impulsiva è volubile e fragile e rivendica una assolutezza nel gamos cui associa una forma di competizione con il marito. Ecco che emerge anche un secondo leitmotiv all’interno del dramma: la violenza dell’eros, il potere distruttivo insito nella passione incontrollata, compressa dentro le mura domestiche e nello stesso tempo alimentata da questa stessa repressione. L’ombra di Fedra, rappresentata lo scorso anno, sembra toccare anche la fragile Ermione. Questio rischio è sottolineato dal vecchio peleo che nell’agone con Menelao fa riferimento ad Elena di Sparta, la donna perversa per eccellenza, alludendo al rischio che Ermione ne abbia ereditato la natura sessualmente avida, l’impudica insaziabilità. Un’indagine sulla femminilità declinata da Europide tra eros e gamos, nei suoi aspetti più complessi e censurati, inclusi i vincoli imposti dall’universo maschile, che conferisce all’Andromaca all’interno di una struttura drammaturgica fortemente dinamica, una sostanziale unità tematica.
Con il Filottete viene messo in scena il conflitto tra individuo e società, ma soprattutto la natura dell’eroe tragico portatore di un destino misterioso e dato dagli Dei. L’Inda ha deciso di rappresentare questa tragedia seguendo il solco tracciato con Edipo a Colono e Aiace, rappresentati negli ultimi due cicli al teatro greco di Siracusa. Come Edipo, Filottete vive un costante contrasto tra potere e fragilità, precipita nella sventura sino ad essere “nulla”, diviene per una volontà imperscrutabile fonte di salvezza. Prima oggetto di emarginazione e poi della rapacità degli uomini, Filottete si cerca di manipolarlo dopo che l’uomo scopre il suo potere (solo il suo arco è in grado di distruggere Troia). Il protagonista della tragedia attraversa un dilaniante conflitto interiore, una collera giusta, lacerante e selvaggia, che dovrà superare per realizzare quel destino che le divinità gli avevano affidato. Morto Aiace, Filottete rimane l’ultimo degli eroi, testimone e portatore di quel mondo di guerrieri leoni sempre più lontano, costantemente minacciato dalle volpi come Ulisse, che anche qui quasi nulla mantiene del personaggio omerico, ma diviene simbolo delle devastazioni prodotte dall’uso distorto della parola, sofista, politico corrotto, capro espiatorio di tutta una generazione tradita che assiste impotente al declino della polis ateniese. Vilipeso e abbandonato dai compagni, FIlottete ha una seconda possibilità. Quarant’anni dopo la scrittura di Aiaca, Sofocle torna sugli stessi passi e salva il protagonista, accostandogli un amico umano (Neottolemo) e un altro divino: “Eracle). Ed è proprio l’amicizia che lo salva dal destino di Aciace e lo riabilita innanzi tutto davanti ai suoi occhi offrendogli una visione diversa, mostrandogli una responsabilità che va al di sopra delle sue inimicizie personali. E se ciò non risolve la contraddizione, il problema della giustizia, il fatto che esista un mondo dove gli Aiace e gli Achille sono morti e solo gli Ulisse e i Tersite prosperano, in qualche modo illumina, da un senso al compito dell’uomo di riconoscere e partecipare al destino più grande al quale è legato il suo destino personale. Come i buoni amici possono salvare gli amici ed i cattivi insegnamenti possono portare alla distruzione.
Ed è proprio questo che accade nelle Nuvole di Aristofane. In scena attraverso il vecchio Strepsiade, il figlio Fidippide ed un Socrate rivisitato provocatoriamente, la crisi di valori in cui versa Atene travolta dall’uso corrotto della conoscenza, dall’abuso della parola per sovvertire il diritto a proprio vantaggio, dai veleni seminati dal “Discorso ingiusto”. Ma qui le volpi finiranno con il cadere vittime di se stesse, in un riso liberatorio che è denuncia e antidoto insieme per esorcizzare i mali, di un tempo che è anche quello che stiamo vivendo adesso.

10 / 05 / 2011



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