Sicilia: politica e mafia Quaranta boss sono stati condannati 430 anni di carcere. Le condanne sono state emesse dai magistrati del processo Gotha, che ha cercato di capire che peso ha Cosa Nostra sulla vita politica siciliana, quali sono i rapporti perversi, ma al contempo redditizi, tra mafia e politica. IL gup Piergiorgio Morosini, nella sentenza che ha condannato i 40 boss, ha dato il titolo alle sue motivazioni “lobby o partito?”. Una frase che dice tutto e niente allo stesso tempo. In pratica i magistrati non hanno saputo fornire una risposta precisa a questa chiara e semplice domanda. Potremmo dire che la definizione della questione è mutevole. Si, perché Cosa nostra è in grado di assumere sempre volti nuovi. È capace di spingere, premere, oliare gli ingranaggi perché tutto vada per il verso giusto (naturalmente il suo), come serve a lei. È anche capace di infiltrare le persone giuste nei posti giusti, come quando nelle elezioni del 2006 i capimandamento pretendevano posti nel consiglio comunale e in quello provinciale, scegliendo i candidati per le elezioni ormai prossime e si attivavano per affiancarli ad uomini influenti dello schieramento, in particolare, di Forza Italia e Udc.
La ricostruzione dei magistrati va dai giorni nostri, per retrocedere nel tempo agli intrecci fra mafia e politica della seconda metà degli anni Ottanta: gli ultimi furori della Dc prima di Mani pulite che ne decretò il crollo elettorale e morale. Messi da parte i democristiani, i vertici di Cosa nostra provarono a tessere nuove tele. Nel 1987 ci provarono con il partito socialista, poi fu la volta del progetto mai compiuto di Bernardo Provenzano di creare un movimento separatista, come ai tempi del bandito Salvatore Giuliano. Il boss, profeta e grande stratega, suggerisce di cercare rapporti e offrire sostegno a nuove forze politiche nazionali che stanno nascendo proprio in quegli anni. Così decide di creare una “cordata riservata” che si è messa a studiare i meccanismi della politica per poter interagire con gli stessi politici. A partire dagli anni Novanta, nella cordata del boss entra a far parte anche un ristretto gruppo di consiglieri e di persone lungimiranti. Fra loro anche Giovanni Mercadante, eletto poi nel 2001 all’Ars nelle liste di Forza Italian. Nel 2006 la decisione della coalizione da votare e da appoggiare con tutti i mezzi è scontata: il Polo della libertà. Provenzano mobilita tutto e tutti in favore dei membri interni all’associazione da presentare come candidati, appoggia persone legate da stretti vincoli di parentela o amicizia al capo o ai capi delle cosche. Francesco Campanella, secondo il gup, è l’uomo che unisce le cosche e il mondo politico. “Internalizzare la rappresentanza – spiega – significa essere più forti nella costituzione di lobby politico-mafiose da utilizzare in posizioni chiave della vita economica, politica ed istituzionale”.(fonte Siciliainformazioni)
Chiara Ferraù
03 / 12 / 2008
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