Palermo: studenti contro fiction su Riina Qualche tempo fa su Canale 5 in puntate è andata in onda la fiction “Il capo dei capi”, una produzione che ha sollevato numerose polemiche e che ha fatto indignare qualcuno. Anche un giovane maestro elementare, Dario Vaccaro che è diventato regista per indignazione. La mattina successiva alla fiction il giovane insegnante è andato a scuola dove insegna, l’istituto comprensivo Guttuso (600 alunni fra scuola materna, elementari e medie) nel quartiere ad altissima densità mafiosa: Brancaccio. Vaccaro ha scritto una sceneggiatura il cui protagonista era sempre il capo dei capi, detto Totò ‘u curtu”.
Ma il Riina della sceneggiatura di Vaccaro non ha niente a che vedere con quello della fiction di Canale5. E’ goffo, rozzo, ignorante. Ad impersonarlo è il piccolo Salvatore, un visetto tondo e uno sguardo dolce che, sulla scena, diventa torvo. Il cortometraggio si apre in una classe. Totò è seduto con i suoi compagni (28 ragazzi che sono coinvolti nel progetto, finanziato con i fondi Pon Sicurezza) e si rifiuta di rispondere all’appello. Un atteggiamento che gli costa la bocciatura. “Questo – spiega la preside dell’istituto Angela Randazzo – per dire che la scuola gioca un ruolo importantissimo e quando esclude invece di puntare al reinserimento può anche essere causa di devianza”. Dalla strada Totò poi arrivò alla cupola di Cosa nostra, diventa un boss fra i più spietati della storia siciliana, comunica con l’amico Bernardo Provenzano con i “pizzini”. Però non sa né leggere, né scrivere. Vaccaro ha voluto proprio evidenziare l’incultura del boss per incitare i suoi studenti allo studio.
Il cortometraggio è stato realizzato grazie anche alla collaborazione di tanti volontari come le madri che si sono trasformate in truccatrici, i padri che erano guardie carcerarie che hanno prestato le loro divise ai figli. Alla fine il corto termina con una specie di redenzione del boss. “Questo perché – dice il fantasioso maestro – abbiamo il dovere di dare un messaggio di speranza ai ragazzi”. Ad indurre Riina al pentimento è proprio un bambino. Il boss dopo il suo arresto lo incontra in sogno. Si tratta del piccolo Giuseppe Di Matteo, strangolato e sciolto nell’acido perché figlio di un pentito. Adesso che è stata realizzata la scuola intende distribuire la pellicola nelle scuole. Anche se l’impresa non sarà certo semplice. “Abbiamo usato basi musicali di canzoni d’autore e ci serve l’autorizzazione delle case discografiche per diffondere il video. Le abbiamo sollecitate più volte, ma nessuno ci ha risposto”. E di finire sui grandi schermi i piccoli attori non hanno proprio paura. Anzi, dice il piccolo Totò Riina che “se ci scappa, magari da grande faccio l’attore”.
Chiara Ferraù
17 / 10 / 2008
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