Palermo: processo Mori, spunta una lettera inviata a Berlusconi Ieri nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo si è svolta l’udienza del processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano. Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, è stato sentito già due volte la scorsa settimana. Ad inizio udienza il pm Antonino Di Matteo ha chiesto al tribunale, presieduto da Claudio Dall’Acqua, l’acquisizione di alcuni documenti al processo. Tra i documenti richiesti alcuni verbali di perquisizione domiciliare nella casa di massimo Ciancimino e il verbale di sequestro dei documenti eseguiti il 17 febbraio del 2005. Tra questi anche un piccino che sarebbe stato scritto, secondo Ciancimino junior, da Bernardo Provenzano e che sarebbe stato indirizzato all’attuale premier italiano, Silvio Berlusconi, a cui avrebbe chiesto di “mettergli a disposizione una delle sue reti televisive”. La difesa di Mori e Obinu si è opposta all’acquisizione, ma il tribunale ha accolto la richiesta del pm. Massimo Ciancimino ieri è entrato in aula con alcuni documenti da produrre, tra cui il passaporto intestato al figlio Vito Andrea nel 2005.
Per provare i presunti rapporti intrattenuti per anni con i Servizi segreti, durante la cosiddetta 'trattativa' tra lo Stato e Cosa nostra dopo le stragi mafiose del 1992, Massimo Ciancimino ha consegnato oggi al Tribunale di Palermo, al processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra, il passaporto del figlio Vito Andrea, rilasciato pochi giorni dopo la sua nascita. Secondo Ciancimino junior, il passaporto sarebbe stato rilasciato dalla Questura di Roma, grazie alla mediazione del 'signor Franco', un agente dei servizi. Ciancimino ha poi consegnato al Tribunale altri documenti, fra cui uno su Ustica e il verbale di quando fu fermato e perquisito sul Monte Bianco nel maggio 2009.
“Forza Italia è il frutto della trattativa” tra lo Stato e Cosa nostra dopo le stragi del '92. A dirlo in aula è stato Massimo Ciancimino, che continua la sua deposizione al processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra. A riferirlo a Ciancimino sarebbe stato il padre Vito Ciancimino, l'ex sindaco di Palermo, che secondo il figlio avrebbe avviato dopo il maggio del 1992 la trattativa con i Carabinieri da un lato e i boss mafiosi dall'altro. Ciancimino junior sta spiegando al pm Antonio Ingroia il contenuto di alcuni “pizzini”.
Secondo quanto ha raccontato in aula Massimo Ciancimino, nel 1994, Bernardo Provenzano avrebbe scritto un “pizzino” indirizzato a Marcello Dell'Utri e “per conoscenza”, come dice il teste, “a Silvio Berlusconi”. Nel documento si legge: “Intendo portare il mio contributo che non sara' di poco perché questo triste evento non si verifichi, sono convinto che Berlusconi potrà mettere a disposizione le sue reti televisive”.
Il “triste evento” a cui si riferisce Ciancimino Junior sarebbe stato il ventilato sequestro di uno dei figli del Presidente del Consiglio. “Mio padre - ha spiegato Ciancimimo junior illustrando il biglietto - mi disse che questo documento, insieme all’immunità di cui aveva goduto Provenzano e alla mancata perquisizione del covo di Riina, era il frutto di un’unica trattativa che andava avanti da anni. Con quel messaggio Provenzano voleva richiamare il partito di Forza Italia, nato grazie alla trattativa, a tornare sui suoi passi e a non scordarsi che lo stesso Berlusconi era frutto dell'accordo”. Una parte del documento, secondo quanto dice in aula il figlio dell'ex sindaco, sarebbe sparita.
Tra il 2001 e il 2002 il capomafia Bernardo Provenzano “ha riparlato con Marcello dell'Utri. Me lo disse mio padre”. Lo ha detto in aula Massimo Ciancimino proseguendo la sua deposizione al processo Mori. In quell’occasione sarebbero state date “rassicurazioni” su provvedimenti a favore dei boss, come “l’amnistia e l’indulto”.
Massimo Ciancimino, proseguendo la deposizione in aula, ha detto di avere letto la lettera in carcere al padre Vito che, a sua volta, “voleva richiamare alla collaborazione il partito nato anche grazie alla trattativa”. Secondo il figlio dell’ex sindaco, l’obiettivo della lettera sarebbe stato quello di invitare Berlusconi “come entità politica, non come individuo” a “tornare sui suoi passi” e rientrare nei ranghi.
Vito Ciancimino, come spiegato dal figlio in aula, voleva una rete tv “per dire la sua”. Tutto sarebbe nato da una intervista rilasciata dal premier a “Repubblica” in cui avrebbe affermato che “se un suo amico fosse sceso in politica gli avrebbe messo a disposizione una rete tv”, ha spiegato Ciancimino Junior.“Dopo che venne resa nota una mia intervista dalla quale in qualche modo emergeva il mio ruolo nella cattura di Riina, l’agente dei Servizi, che io conoscevo col nome di Franco, mi invitò a non parlare più di certe vicende perché tanto io non sarei mai stato coinvolto e non sarei mai stato chiamato a deporre. Cosa che avvenne visto che fino al 2008, quando decisi di collaborare con i magistrati, nessuno mi interrogò mai”. Lo ha detto Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito, deponendo al processo per favoreggiamento alla mafia a carico del generale dell’Arma Mario Mori.
Ciancimino ha anche spiegato che il capitano dei carabinieri, braccio destro di Mori, Giuseppe De Donno, in più occasioni, negli anni, lo rassicurò che nessuno lo avrebbe sentito sulla vicenda relativa alla cattura di Riina sulla quale sarebbe stato anche apposto il segreto di Stato.
“Mentre mi trovavo agli arresti domiciliari nel 2006, una persona dei Servizi segreti mi disse di non parlare della trattativa e dei rapporti con Berlusconi”. E’ quanto riferisce in aula, proseguendo la sua deposizione al processo Mori a Palermo, Massimo Ciancimino. Il teste racconta al pm Antonino Di Matteo di avere ricevuto, mentre era agli arresti domiciliari, perché indagato per riciclaggio, una visita dallo 007, “accompagnato da due sottufficiali dell'Arma”.
“Io dissi loro - spiega Ciancimino junior - che c’erano dei documenti, insomma delle prove su tutte quelle vicende e che non avrei potuto sottrarmi, ma lui mi rassicurò che nessuno mi avrebbe chiesto niente”. E’ sempre il figlio dell’ex sindaco a parlare di presunte “pressioni” che avrebbe ricevuto in quel periodo “dall’allora vice procuratore nazionale antimafia Giusto Sciacchitano. Questi lo avrebbe invitato “a non coinvolgere la società Gas nell’indagine sul riciclaggio, perché così ne avremmo tratto beneficio visto che lo stesso Sciacchitano era in buoni rapporti con la procura di Palermo che conduceva l’inchiesta”. L’interrogatorio è proseguito con la spiegazione di alcune foto mostrate dal pm Di Matteo al teste. Quando il pm Antonino Di Matteo gli mostra delle fotografie della casa al mare in cui ha trascorso la prima
estate dopo la nascita del figlio Vito Andrea, Massimo Ciancimino si commuove e chiede di fare una pausa. E’ così stata sospesa per dieci minuti l’udienza del processo Mori a Palermo. Nelle foto, scattate l'anno scorso dalla Procura dopo l’indagine avviata sulla trattativa tra Stato e Cosa nostra, si intravede anche la cassaforte al cui interno c’era il “papello” con le richieste del boss Riina.
I carabinieri e i Servizi segreti sarebbero stati a conoscenza che Massimo Ciancimino figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito, teneva il papello in una cassaforte della sua abitazione all'Addaura. La cassaforte, però, non fu mai trovata nel corso delle perquisizione che vennero effettuate quando Massimo Ciancimino fu arrestati per riciclaggio. Lo ha sostenuto il testimone a cui sono state mostrate delle foto della cassaforte realizzate a luglio scorso dalla Dia. Ciancimino le ha riconosciute, dopo un attimo di turbamento e commozione che ha causato l'interruzione dell'esame.
“Un personaggio dei Servizi, prima che eseguissero la misura degli arresti domiciliari a mio carico, nell'ambito dell'indagine sul riciclaggio, mi disse che stavano per arrestarmi e che non era prudente tenere a casa i miei
documenti tra i quali il papello”. Lo ha detto Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito, deponendo al processo per favoreggiamento alla mafia a carico del generale dell'Arma Mario Mori. Seguendo l'indicazione dell'agente, Ciancimino pochi giorni prima di essere arrestato, il 7 giugno 2006, portò all'estero la documentazione del padre e pure il papello.“Non ho mostrato subito i documenti ai magistrati, ma ho aspettato un anno dall'inizio della mia collaborazione, perche' ero preoccupato. Incominciarono ad arrivare lettere minatorie con bossoli, altre intimidazioni, incluso un presunto pacco bomba. Mia moglie non ce la faceva piu' ed arrivo' anche a chiedere la separazione perche' era una vita familiare molto complicata. Per motivi di sicurezza, non potevo neppure accompagnare mio figlio a scuola". Lo ha detto Ciancimino jr spiegando perché ha aspettato un anno prima di consegnare alla procura le carte di cui era in possesso su Provenzano. “Un personaggio dei Servizi segreti, prima che venisse eseguita la misura degli arresti domiciliari per riciclaggio, mi disse che stavano per arrestarmi e che non era prudente tenere a casa i miei documenti, tra i quali il papello”. Lo ha detto Massimo Ciancimino proseguendo la sua deposizione al processo Mori.
Il figlio dell'ex sindaco racconta in aula di aver portato all'estero, pochi giorni prima di essere arrestato, il 7 giugno 2006, tutta la documentazione in suo possesso, tra cui il 'papello' contenente le richieste del boss Riina allo Stato. E' sempre Ciancimino a raccontare ai pm che il capitano Giuseppe De Donno lo avrebbe invitato a piu' riprese a disfarsi dei documenti che erano in suo possesso. La prima volta, ricorda, "era il 2000 o il 2001. Ma poi (De Donno) mi ribadi' il concetto nel 2005. Mi disse che dovevo farlo perche' altrimenti quelle carte potevano costituire un pericolo rispetto ad una possibile evidenziazione del mio ruolo nella trattativa" tra Stato e mafia.Il teste ha poi raccontato anche come l'arresto di Bernardo Provenzano, avvenuto nell'aprile 2006, gli sarebbe stato 'annunciato'. "Ero in vacanza in Egitto, a Sharm El Sheik, ma continuavo a chiamare l'Italia, amici giornalisti, per sapere qualcosa. Mi era stato detto che ci sarebbero stati nuovi sviluppi. Ma non sapevo precisamente cosa. Poi ho capito" ha detto.
Il figlio dell'ex sindaco di Palermo ha iniziato a collaborare nel maggio del 2008, ma i primi documenti sono stati consegnati solo nel maggio del 2009. Le dichiarazioni rese da Ciancimino junior in merito alla lettera inviata a Berlusconi, secondo quanto affermato dal senatore del Pdl, Marcello Dell’Utri nel corso di un’intervista al Tg5 sono “cosa di un folle totale, oppure un disegno, diciamo, criminoso volto ad ordire cose allucinanti come questa”.
Guardando alla denuncia avanzata da Ciancimino su presunte trattative tra Stato e mafia, Dell'Utri osserva che "c'era uno Stato che non eravamo noi, in ogni caso; se Ciancimino vuol parlare di cose che sono successe veramente si vada a cercare allora dove sono successe e con chi, ma certamente io non c'entro niente" così come, "ovviamente, nemmeno Berlusconi. Qui - conclude - siamo alla pura invenzione e che, ripeto, sfiora anzi sicuramente entra nel campo della pazzia".
"Le dichiarazioni di Massimo Ciancimino non sono soltanto destituite di ogni fondamento, ma sono anche totalmente inverosimili e prive di ogni dignità logica". E' quanto sottolinea in una nota Niccolò Ghedini respingendo in toto le affermazioni di Ciancimino contenute nella sua deposizione. "Spiace - prosegue l'avvocato del premier - che qualcuno possa dare anche un minimo credito a prospettazioni che la storia di Forza Italia e del Presidente Berlusconi hanno dimostrato concretamente e con atti di governo essere completamente inesistenti. Sembra che si voglia delegittimare proprio il governo Berlusconi che sta conducendo la più severa e forte offensiva del dopo guerra contro la mafia. Ciancimino - conclude - dovrà rispondere di fronte all'autorità giudiziaria anche di tali diffamatorie dichiarazioni"."Mio padre concordò false versioni sui suoi incontri con i carabinieri e sulla trattativa da dare ai magistrati di Palermo". Lo ha detto Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito, deponendo al processo contro il generale dei carabinieri, Mario Mori, accusato di favoreggiamento alla mafia. Il testimone ha raccontato che il padre, che rese dopo il dicembre del '93 una serie di interrogatori ai pm di Palermo, avrebbe concordato versioni edulcorate da dare ai pm sia sul contenuto degli incontri avuti con i carabinieri del Ros, Mori e De Donno, sia sulle date i cui incontri erano
avvenuti. ''Concordarono - ha aggiunto - di posticipare le date delle visite dei militari a mio padre a dopo la strage di Via D'Amelio". Secondo, invece, il testimone, i militari del Ros cominciarono il loro dialogo con l'ex sindaco nel maggio del '92, dopo la strage di Capaci.
"Il capitano Giuseppe De Donno si oppose a un incontro di mio padre con Di Pietro. Allora Di Pietro era magistrato e mio padre voleva vederlo per raccontargli il sistema di spartizione degli appalti in Sicilia e per dirgli che Totò Riina aveva fatto il salto di qualità facendo entrare direttamente la mafia nelle società". Lo ha detto Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito, deponendo al processo per favoreggiamento alla mafia a carico del generale dell'Arma Mario Mori. (fonte Siciliainformazioni)
09 / 02 / 2010
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