Palermo: la Corte d’appello contro il processo breve L'eccessiva lunghezza dei processi, sia penali che civili, il vuoto d'organico, ma anche forti perplessita' sulle riforme annunciate della giustizia. Il 2009 e' stato un anno piu' di ombre che di luci per l'amministrazione della giustizia nel distretto giudiziario di Palermo. E' il presidente della Corte d'Appello, Vincenzo Oliveri, a fare il punto della situazione nell'annuale relazione letta nell'aula magna del Palazzo di Giustizia di Palermo in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, alla presenza dei rappresentanti politici e delle autorita' civili e militari. Presente per il governo il capo Dipartimento dell'organizzazione giudiziaria e del personale del ministero della Giustizia Luigi Birritteri.
In particolare il presidente della Corte d'Appello denuncia il vuoto d'organico: "Regna il buio piu' fitto -dice- sul versante delle risorse umane e finanziarie. Da anni non si celebrano concorsi per l'assunzione di personale amministrativo ne' se ne profilano all'orizzonte. Le somme assegnate per spese di ufficio e di giustizia si vanno sempre di piu' assottigliando e gli investimenti in edilizia e tecnologie sono palesemente insufficienti".
Per quanto riguarda le riforme, Oliveri prendendo in prestito le parole critiche del Csm, ribadisce: "Ha giustamente sottolineato che il disegno di legge sul processo breve e' un crescendo che prevede una catastrofe sul sistema processuale e, in particolare, sui reati contro la pubblica amministrazione". Ricorda anche le critiche espresse dalla giunta dell'Unione delle camere penali che avevano definito il ddl "il frutto avvelenato dell'anomalia italiana nei rapporti tra politica e magistratura". Poi, il presidente della Corte d'Appello parla delle intercettazioni telefoniche: "Siamo assolutamente favorevoli a interventi che siano efficaci per porre fine alla barbarie di una violazione frequente del segreto investigativo che non puo' essere ne' giustificata ne' approvata in virtu' del diritto di cronaca che deve soccombere rispetto alla garanzia dei diritti fondamentali di difesa di una persona indagata e, a maggior ragione, dei diritti di chi in quel processo e' un semplice testimone o addirittura non ha alcuna veste".
"Nonostante i durissimi colpi subiti, Cosa nostra conserva immutata la sua struttura organizzativa profondamente radicata nel territorio e non si avvertono segni di cedimento nella propensione dei suoi aderenti a perseguire l'illecito sfruttamento dell'economia attraverso il pizzo".
30 / 01 / 2010
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