Palermo: Don Pino Puglisi vive ancora Il ricordo di Don Pino Puglisi è ancora vivo nei palermitani e in tutti i siciliani. Loro, i mafiosi, avrebbero voluto che restasse chiuso fra le quattro mura della canonica. Non ci erano riusciti e lo hanno ammazzato. E adesso, ironia della sorte, se lo sono ritrovati ovunque: a Brancaccio nella sua parrocchia, per le strade e nelle case di Palermo e di mezza Sicilia. Lui è ancora vivo nei ricordi di chi l’ha conosciuto e di chi ne ha sentito soltanto parlare. Loro, gli assassini, invece, sono ancora dietro le sbarre a sentire raccontare in tv, nei libri e sui giornali, la storia del grande Don Puglisi.
A Monsignor Bagnasco, il capo dei vescovi italiani, che invitava i cattolici a non lasciarsi “confinare nelle chiese”, Don Pino ha dato una risposta quindici anni dopo che è stato ammazzato. La sua storia, per una singolare coincidenza, è stata riproposta sul primo canale della Rai con un film di Roberto Faenza, "Alla luce del sole". Ad interpretare Don Puglisi, Luca Zingaretti, reso celebre per il ruolo del commissario Salvo Montalbano a lui affidato.
Don Pino ha reso un grande servigio alla chiesa ed insieme alla sua gente. Per farlo ha detto un deciso no alle piccole sopraffazioni, alle consuetudini dell’ossequio nei confronti dei boss mafiosi. Don Pino era uscito dalle mura della sua parrocchia per conquistare un intero quartiere, quello di Brancaccio, e l’intera Palermo usando soltanto le parole dettate dalla ragione e dalla fede. Ed è partito dai bambini, che sono il futuro. Se li è conquistati pian piano e voleva farli diventare uomini liberi dal giogo pesantissimo della mafia.
Faenza nel suo “Alla luce del sole” non ha costruito un eroe di cartapesta, ma un uomo di fede tenace, incapace di compromessi. Non era facile riuscirci, la missione di don Pino non si compiva fra i bambini denutriti dell’Africa dei derelitti, non era l’evangelizzazione degli uomini in terre sperdute, ma la salvezza in questa terra in una grande città di un Paese civile, non la redenzione dell’anima ma la liberazione della mafia, la conquista di una vita normale, in cui i bambini frequentano una scuola e hanno luoghi per giocare, e gli adulti pretendono il riconoscimento dei loro diritti.
Nella storia di Don Pino Puglisi era praticamente inevitabile il suo assassinio poiché lui aveva tolto il terreno sotto i piedi ai mafiosi, pur non ricattando e non offrendo niente in cambio oltre al suo amore. Così il controllo di Brancaccio sfuggiva alla mafia e l’autorità dei boss era diventata instabile. Così hanno subito deciso che bisognava eliminare quel prete troppo scomodo. Nel film è dipinta una Brancaccio dominata da uomini violenti, da persone che chiudono le finestre appena don Pino passa sotto le loro case, da persone che festeggiano l’uccisione del giudice Giovanni Falcone, una Brancaccio con i graffiti che inneggiano alla mafia. Il racconto di Faenza resta genuino quanto la vita del piccolo prete. Costruisce lo spettacolo senza spettacolarizzare gesti, episodi, atteggiamenti, parole. Il protagonista non compie atti di eroismo, realizza un campo di calcio per i ragazzi del quartiere. Si prende cura dei bambini, non fa miracoli. Dice messa in una chiesa vuota come se avesse davanti a sé una folla di fedeli, e quando la chiesa si riempie ne approfitta per spiegare che il vangelo di Brancaccio non è lo stesso di quello di Roma o Milano, è tutta un’altra cosa perché pretende che tutti alzino le loro teste e abbiano il coraggio di ribellarsi alla prepotenza e al crimine per riuscire a vivere una vita degna.
A quindici anni dalla sua morte, con il film di Roberto Faenza, don Pino Puglisi continua a vivere. Forse è questo il miracolo.
26 / 08 / 2008
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