Ventotto anni fa il giudice Giovanni Falcone aveva firmato il mandato di cattura per il boss mafioso Rosario Gambino. Poi il suo legale aveva richiesto l'annullamento del mandato di cattura che il pg giudicò al limite dell'inammissibilità. Adesso la Corte di Cassazione ha annullato la decisione del tribunale della libertà di Palermo che riteneva ancora efficace il mandato di cattura emesso da Falcone nel 1980 nei confronti del boss Gambino. Così la suprema corte ha accolto il ricorso del legale di Gambino, detenuto in un carcere americano nello stato della Louisiana, Daniele Francesco Lelli che ha definito eclatante il giudizio, di cui non sono state rese note le motivazioni.
Ma quella di Gambino, 22 anni trascorsi nelle carceri Usa per traffico di droga e sul cui capo pende un provvedimento di espulsione, potrebbe essere una vittoria di Pirro. Se l'ex muratore, cugino del boss Carlo Gambino, arrivato a Little Italy alla fine degli anni '60, tornasse in Italia cosi' come richiesto invano lo scorso anno dai giudici di Palermo - magari espulso perché clandestino (non ha mai avuto il passaporto americano) - potrebbe infatti finire ugualmente dietro le sbarre.
La Corte di Cassazione ha infatti inviato gli atti all' attenzione del Tribunale del Riesame del capoluogo siciliano che ora dovrà, una volta lette le motivazioni, decidere se reiterare la richiesta di efficacia del provvedimento o uniformarsi alla decisione della Suprema Corte che in ogni caso dovrà riesaminare la vicenda. Il ricorso del difensore di Gambino contro l'efficacia degli atti di Falcone si fondava su due concetti: la detenzione cautelare di oltre tre anni scontata in conto della giustizia italiana, in un carcere americano, e la inefficacia del mandato di cattura annullato dalla riapertura del processo di Appello.
Rosario Gambino è imputato in Italia davanti alla Terza Corte di Appello di Palermo nello storico processo noto come "Pizza connection". Il suo avvocato in base all'articolo 175 del codice di procedura penale ottenne la riapertura del processo di secondo grado (Gambino aveva avuto una condanna a 20 anni in primo grado per traffico di stupefacenti) sostenendo che il suo assistito non aveva avuto mai conoscenza di nessuno dei gradi di giudizio del procedimento penale su mafia e droga aperto a Palermo nel 1983 e istruito da Giovanni Falcone, poiché all'epoca il narcotrafficante risultava detenuto negli Stati Uniti. Non è la prima volta che Gambino si giova di una decisione clamorosa da parte della giustizia. Nonostante l'Italia abbia richiesto da tempo la sua estradizione, questa non è mai stata concessa: nel settembre del 2007 un giudice di Los Angeles aveva addotto come motivazione il fatto che il regime del 41-bis italiano era "una forma di tortura che viola le convenzioni dell'Onu in materia". Ma non basta. Il tre aprile scorso Gambino era gia sulla pista dell'aeroporto Jfk di New York scortato da un plotone agenti dell'Fbi e pronto ad imbarcarsi su un volo per Roma. Ma la sua espulsione venne bloccata all'ultimo momento. Una fortuna per il boss che non può definirsi tale poiché mai condannato definitivamente per mafia e che ospitò nella sua casa Michele Sindona durante il suo falso rapimento.
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