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Messina: sentenza d’appello del processo Mare Nostrum


E’ durato dieci anni. E’ il processo più lungo della storia giudiziaria italiana. Stiamo parlando del maxi processo Mare nostrum. I giudici della corte d’appello di Messina hanno confermato stamattina 41 condanne, hanno prescritto 13 posizioni ,effettuato 42 riduzioni di pena, anche notevoli e hanno deciso l’assoluzione di 33 persone, soprattutto per il reato di associazione mafiosa. Le persone alla sbarra erano 130. Tutti erano accusati di far parte delle famiglie mafiose del barcellonese e dei Nebrodi che tra la seconda metà degli anni Ottanta ed i primi anni novanta si fronteggiarono per la conquista del territorio lasciando sul campo 39 omicidi in tre anni. Il presidente della corte d’Assise, Antonio Brigandì, ha letto la sentenza intorno alle 9:30 di questa mattina in un’aula bunker del carcere di Gazzi affollatissima di imputati, avvocati e giornalisti. Per alcuni degli imputati, in particolare i capimafia delle cosche messinesi, sono cadute alcune degli ergastoli inflitti in primo grado nel 2006. E’ stata confermata la parte di sentenza sui risarcimenti delle parti civili presenti al processo: i comuni di Capo d’Orlando, Barcellona e Patti, così come quelle per le varie associazioni antiracket del messinese. Numerose, adesso, saranno anche le scarcerazioni per quanti, in questi lunghi anni, hanno atteso in carcere il responso di secondo grado di un processo partito con le due operazioni Mare Nostrum.

All’esame dei giudici, dal 1998 ad oggi, ci sono stati una serie di fatti di sangue avvenuti quando la vecchia mafia barcellonese, alleata col clan catanese Santapaola, si scatenò contro una nuova organizzazione capitanata da Pino Chiofalo, un personaggio di Terme Vigliatore che si era alleato con alcune famiglie di Tortorici, centro nebroideo in provincia di Messina. In poche settimane Chiofalo fa fuori i vecchi capi barcellonesi, distrugge mezzi della ditta Costanzo di Catania impegnata in alcuni cantieri sull’autostrada Messina-Palermo. Nel frattempo scoppia la guerra fra le cosche dei Galati Giordano e dei Bontempo Scavo a Tortorici che insanguina i Nebrodi ad iniziare dall’omicidio di Calogero Mancuso, davanti alla chiesa di Rocca di Caprileone, paese tirrenico sempre in provincia di Messina a quello di Armando Craxi, lungo la strada provinciale Zappulla-Due Fiumare. In ballo il controllo del territorio. Per dimostrare la loro forza i gruppi misero a segno anche azioni eclatanti come le bombe al commissariato di polizia di Tortorici e al museo dei Nebrodi di Sant’Agata di Militello. La mafia barcellonese si ricostituisce poi intorno a Giuseppe Gullotti ed inizia a reagire. In tre anni, dunque, sono 39 le persone che periscono sotto il fuoco di questa lunga guerra di mafia. Tra le vittime, purtroppo, si conta anche Biagio Lombardo Facciale, uomo assassinato per sbaglio in un bar di via Nazionale a Rocca di Caprileone.

Quelli tra il 1987 e il 19092 sono anche gli anni dell’inizio del pentitismo. Decidono di parlare Pino Chiofalo e Orlando Galati Giordano. Grazie alle loro testimonianze le indagini di carabinieri e polizia fanno un passo avanti importante e nella primavera del 1992 e del 1993 portano alle maxi operazioni Mare nostrum 1 e 2. Cinquecentoottanta persone vengono arrestate. Un centinaio di loro finiscono sotto processo soltanto per spaccio di droga, mentre gli altri, dopo l’istruttoria, davanti alla corte d’Assise per un processo concluso in primo grado nel luglio del 2006. Finalmente oggi si è posta la parola fine alla vicenda.

28 / 11 / 2009



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