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Mafia: operazione Perseo, 99 arresti


Sono novantanove le persone arrestate nel corso dell’operazione Perseo condotta dai carabinieri di Palermo. Le manette sono scattate per: Giovanni Adelfio, 44 anni; Salvatore Adelfio, 71 anni; Francesco Adornetto, 51 anni; Gregorio Agrigento, 73 anni; Antonino Alamia, 44 anni; Gerlando Alberti, 81 anni; Filippo Annatelli, 45 anni; Giusto Arnone, 36 anni; Antonino Badagliacca, 62 anni; Francesco Paolo Barone, 64 anni; Salvatore Barrale, 51 anni; Paolo Mario Bellino, 40 anni; Salvatore Bellomonte, 50 anni; Vincenzo Billitteri, 45 anni; Giuseppe Biondino, 31 anni; Filippo Salvatore Bisconti, 48 anni; Salvatore Bisconti; 53 anni; Francesco Bonomo, 50 anni; Davide Buffa, 42 anni; Giuseppe Caiola, 43 anni; Giuseppe Calvaruso, 31 anni; Pietro Calvo, 62 anni; Alessandro Capizzi, 25 anni; Gioacchino Capizzi, 35 anni; Benedetto Capizzi; 64 anni; Gaetano Capizzi, 39 anni; Sandro Capizzi, 29 anni; Benedetto Cappello, 61 anni; Luigi Caravello, 55 anni; Gaetano Casella, 51 anni; Giuseppe Casella, 52 anni; Domenico Caruso, 40 anni; Girolamo Catania, 33 anni; Salvatore Catania, 63 anni; Francesco Chinnici, 33 anni; Giuseppe Ciancimino, 53 anni; Giovanni Costantino, 38 anni; Marco Coga, 26 anni; Giuseppe D'Anna, 26 anni; Sergio Damiani, 38 anni; Santo Dell'Oglio, 33 anni; Giovanni Di Bartolo, 45 anni; Giuseppe Di Cara, 36 anni; Vincenzo Di Gaetano, 54 anni; Giuseppe Di Giacomo, 42 anni; Marcello Di Giacomo, 41 anni; Tommaso Di Giovanni, 42 anni; Gaspare Di Maggio, 38 anni;Vincenzo Di Maria, 58 anni; Gaetano Fidanzati, 73 anni; Sergio Rosario Flamia, 50 anni; Antonio Freschi, 50 anni; Salvatore Freschi, 32 anni; Gaetano Ganci, 58 anni; Giuseppe Greco, 46 anni; Giuseppe La Rosa, 30 anni; Francesco Leone, 48 anni; Giovanni Battista Licari, 30 anni; Calogero Liguri, 29 anni; Giovanni Lipari, 70 anni; Rosario Salvatore Lo Bue, 55 anni; Salvatore Lo Cicero, 77 anni; Salvatore Lombardo, 86 anni; Vincenzo Lombardo, 36 anni; Giuseppe Lo Verde, 51 anni; Gaetano Lo Presti, 52 anni; Fabio Manno, 44 anni; Giuseppe Marano, 56 anni; Baldassare Migliore, 41 anni; Giovanni Salvatore Migliore, 40 anni; Salvatore Milano, 55 anni; Gioacchino Mineo, 56 anni; Massimo Mulé, 36 anni; Salvatore Mulé, 32 anni; Antonino Musso, 36 anni; Placido Naso, 73 anni; Castrenze Nicolosi, 49 anni; Gaspare Perna, 39 anni; Giuseppe Perfetto, 51 anni; Salvatore Pinio, 40 anni; Francesco Paolo Piscitello, 57 anni; Giovanni Pizzo, 57 anni; Giovanni Polizzi, 57 anni; Onofrio Prestigiacomo, 57 anni; Rosario Rizzuto, 51 anni; Espedito Rubino, 45 anni; Giuseppe Russo, 40 anni; Ludovico Sansone, 55 anni; Rosario Sansone; 66 anni; Giuseppe Scaduto, 62 anni; Enrico Scalavino, 37 anni; Francesco Sorrentino, 44 anni; Antonino Spera, 45 anni; Mariano Troia, 34 anni;Benedetto Tumminia, 65 anni; Michele Tumminia, 43 anni; Michele Salvatore Tumminia, 40 anni; Salvatore Francesco Tumminia, 35 anni e Vincenzo Tumminia, 38 anni.
Le accuse, per loro, sono di traffico di droga, estorsioni e traffico d’armi. Queste le attività criminali principali attraverso cui Cosa nostra accumula ricchezze. Business storici dei clan che si ritrovano nell’inchiesta condotta dai carabinieri che ha portato all’arresto delle novantanove persone, tra boss e gregari.
La droga proveniva dal Sudamerica, in particolare dal Brasile e dal Paraguay, il maggiore fornitore di cocaina di Cosa nostra.L’indagine ha portato alla lu ce il traffico tra i due Paesi e la Sicilia. La preziosa polvere bianca, acquistata da diverse famiglie malavitose, arrivava a bordo di chiatte in Brasile da dove partiva in aereo alla volta della Sicilia.
I pentiti hanno raccontato che recentemente sull’isola sono giunti circa 10 chili tra cocaina e pasta di cocaina e a breve sarebbe dovuto arrivare un carico di 100 chili. A tenere le fila del traffico di sostanze stupefacenti era Salvatore Capizzi, boss di Villagrazia. La droga veniva raffinata in una villetta nei pressi di Palermo.
Le cosche mafiose inoltre continuavano ad imporre il pizzo a commercianti ed imprenditori. E tutti pagavano perché la paura è la migliore arma per farsi consegnare i soldi. Nessuna delle vittime emerse dall’inchiesta aveva denunciato il taglieggiamento. Tra i metodi usati da Cosa nostra per estorcere denaro c’erano anche le cosiddette “macchinette”, i videogiochi imposti dai clan nei bar e nei locali pubblici i cui guadagni finivano nelle loro tasche.
Per il traffico di armi, invece, il traffico passava da Belmonte Mezzagno, centro agricolo alle porte di Palermo. La compravendita di armi, fra cui anche quelle da guerra, ruotava attorno a Giuseppe Casella. Il collaboratore di giustizia Giacomo Greco ha raccontato che l’uomo d’onore le nascondeva in una villetta insieme ad un compaesano, Salvatore Capizzi, per poi venderle a terzi.
L’inchiesta Perseo ha svelato anche i trucchi e le complicità usate dalla mafia per scongiurare i rigori della cella. Ad aiutarli erano inservienti dell’ospedale e medici compiacenti, familiari dei boss detenuti che riuscivano a fare entrare nelle carceri farmaci in grado di alterare gli esiti delle analisi e così i boss uscivano di cella per gli arresti domiciliari o per evitare lo spettro del 41 bis. Una testimonianza diretta viene da un consulente sanitario di Cosa Nostra, Giovanni Capizzi, tra i fermati dell’operazione. Non sapendo di essere intercettato spiega a Salvatore Milano cosa avrebbe dovuto fare il fratello Nunzio, boss detenuto, per farsi concedere gli arresti ospedalieri all’Oncologico. "Se lui lo vuole - dice - si fa il buco, va al gabinetto e butta il sangue sulle feci". Ed è sempre Polizzi a raccontare di quando impedì che portassero nell'ex supercarcere dell'Asinara lo zio Pino, uomo d'onore di cui non fa il cognome."Gli ho detto: 'si metta al mio lato, faccia finta che deve andare in bagno, che la faccio cadere io. Una flebo ha avuto nella gamba e gli hanno dato i punti, ma non se lo sono portati all'Asinara" Di Polizzi alla fine degli anni '90 aveva parlato anche il pentito Giovanni Zerbo, che aveva raccontato agli inquirenti di quando l'inserviente praticò al boss Vittorio Mangano iniezioni che comportavano gonfiori alle gambe. Sfrutta, invece, l'aiuto dei familiari il boss Benedetto Capizzi, in carcere per scontare una condanna per mafia. Intercettato durante un colloquio, chiede al figlio di portargli un ago. Gli inquirenti scopriranno che gli serve per iniettarsi una sostanza capace di alterare i valori delle analisi del sangue per simulare una patologia. "Ce l'ho in macchina", risponde il figlio Sandro che si raccomandava con il padre di fare attenzione. "Io mi spavento che ti stona perché è troppo", gli dice il 12 gennaio. Il 13 febbraio Capizzi viene scarcerato per motivi di salute. L'indagine dei carabinieri denominata Perseo, che oggi ha portato al fermo di 99 persone, ha consentito agli investigatori di individuare i nuovi capi dei mandamenti e delle famiglie mafiose di Palermo e della provincia. Ai vertici di Cosa nostra c'é Benedetto Capizzi, anziano boss di Villagrazia, tra i principali sostenitori della ricostituzione della commissione provinciale, organo decisionale centralizzato.
Dall’inchiesta Perseo è emerso anche il ruolo dei nuovi boss di Cosa nostra, come Gianni Nicchi, 27 anni, ricercato dal 2006, vicino al boss Nino Rotolo. Lui è giovane ma ha già assunto un ruolo di vertice nella scala gerarchica di Cosa nostra. Lui, insieme a Calvaruso ha conquistato la guida del mandamento di Pagliarelli e partecipa alle decisioni sulle strategie organizzative di Cosa nostra. Cerca il contatto con il capo mandamento di Bagheria, Giuseppe Scaduto. I due non si incontrano, ma comunicano tramite un fedelissimo del boss bagherese. Dall’inchiesta Perseo è emerso che il giovane il 14 novembre scorso ha partecipato ad un summit con Scaduto, Gaetano Lo Presti e decine di esponenti di spicco di diversi mandamenti.

E proprio Gaetano Lo Presti si è suicidi tao in carcere. L’uomo, già condannato in passato per mafia, è stato trovato impiccato nel carcere di Pagliarelli a Palermo. Lo Presti aveva vantato con altri boss di avere l'appoggio di Giuseppe Salvatore Riina - figlio del boss Totò - nella scelta che avrebbe dovuto fare per indicare il nuovo capo della Commissione provinciale di Cosa nostra. Il capomafia di Porta Nuova, che si opponeva a Benedetto Capizzi, è stato però smentito da un altro boss, Nino Spera, anche lui fermato ieri mattina, sostenendo che il piccolo Riina, sottoposto a sorveglianza speciale a Corleone, "era fuori da tutto", e per volere della madre "non doveva impicciarsi". Proprio per mantenersi lontano dai guai, il rampollo del "capo dei capi", lo scorso mese aveva chiesto al tribunale di andare in provincia di Milano. È possibile che Lo Presti, una volta lette in cella tutte le intercettazioni contenute nel provvedimento che gli è stato notificato, abbia compreso di aver sbagliato con Totò Riina e la sua famiglia, decidendo così di togliersi la vita. Intanto, la Procura della Repubblica di Palermo ha disposto l'autopsia sul corpo del boss Gaetano Lo Presti.

16 / 12 / 2008



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