Il futurismo di Gesualdo Manzella Frontini Parliamo oggi di un altro siciliano illustre: Gesualdo Manzella Frontini, scrittore futurista che sotto il consolato austriaco grida “Viva Trento e Trieste”. Lui fa parte di una generazione carica di una certa insofferenza per tutto ciò che andava determinandosi del tramontato Ottocento. Insieme ai suoi compagni di studio attacca la vecchia cultura e tutto ciò che si riferisce al passato. Manzella, nel gennaio del 1907, lancia un manifesto dove sono già espresse, prima che lo facesse il Marinetti, le idee e la rivolta futurista. E a questo punto è interessante riportare gli stessi appunti manoscritti del Manzella raggruppati in una carpetta dal titolo “Futurismo e passatismo”. Gli appunti servirono a Manzella per una conferenza tenuta al Kursal di Luino il 29 marzo del 1913. “Nel gennaio del 1907 – scrive – io lanciavo un manifesto che preludeva la pubblicazione di un giornale letterario “Critica ed Arte”, forse non ignoto a qualcuno di voi. Il manifesto fu accolto con ostilità molte: esso portava fra le righe frasi stilizzate la rivolta futurista, ma non ne conteneva il nome, nè la prepotenza aggressiva. Ebbi pochi aderenti e tra questi un giovane di Genio: Filippo Tommaso Marinetti che fu collaboratore nel mio giornale e che mi divenne amico affettuoso. Era trascorso un anno quando il Figaro, il giornale diffuso parigino lanciava al mondo col nome di futurismo un grido di elevazione di rinnovamento di nuovo orientamento e il Marinetti eroicamente affrontava con la stessa idealità e con mie identiche, la lotta ch’io non avevo saputo sostenere...”
Il manifesto lanciato dal Manzella nel gennaio del 1907, prima ancora di quello del Marinetti del 1909, non ha fortuna e la rivolta, che era futurista, esposta dal Manzella Frontini, viene accolta senza entusiasmo.
“Così – continua Gesualdo Manzella – nasceva il futurismo. Il proclama del Marinetti piacque a me, ed era umano che fosse piaciuto, poiché io vi leggevo la eco dell’anima mia, eco lontana che datava fin dal 1903 quando pubblicavo il mio primo volume dal titolo “Novissima-semi ritmi” ove per primo in Italia cantavo in metri liberi canzoni che la critica giudicò audaci, sconvenienti, poco sereni...Io intesi il bisogno di scrivere al Marinetti non già per aderire – ch’egli era stato un mio efficace collaboratore un anno prima – ma per ricordargli che sotto la forma di aggressiva irruenza egli non faceva che ripetere quanto avete voi già inteso nel mio manifesto”.
Mi sembra opportuno, a questo punto, riportare le parole che la redazione di “Critica ed Arte” indirizza “ agli artisti giovani e alla gioventù contemporanea”: “ Parta dalla terra del sole, dalla feconda terra fiorita, e dalla città ardita sotto l'incubo ognora minaccioso del possente ubèro di fuoco, o fratelli giovani, dispersi fra le ruine d'Italia, la voce di rinnovamento. Rispettosi verso coloro che abbiamo ammirato, non chiederemo il loro contributo; vogliamo che il glorioso passato giudichi il presente ardito e l'avvenire che NOI rechiamo in Noi. Cadremo forse nella lotta, ma superbi di una tale caduta”. (Critica ed Arte – Catania, gennaio 1906). Il giornale procura tali noie al Manzella, che al quinto numero si ritira.
Proseguendo la conferenza di Luino (1913) così egli si esprime: “ So che alcuni di voi, parenti della mia piccola falange scolaresca, sono già scandalizzati per il fatto, in verità non nuovo, d'un insegnante che si occupi d'altro che non sia la scuola ed i registri e le medie e le raccomandazioni. Quest'uomo fortunatamente non è vecchio e possiede perciò quella grande virtù che il mondo non ha saputo e non saprà cantare: la fede audace, ed è così che egli vi parlerà stasera del Futurismo, convinto, convintissimo di arrecare alle vostre menti chiarezza di idee e convinzione perché possiate giudicare questi pochi apostoli fiduciosi ed esaltati di volontà”. Continuando: “ Il buon pubblico nostro non vuole operare alcun sforzo, ama che gli si dia la sua brava porzioncina di poesia o di pittura o di musica... per aperitivo o digestivo, e non crede opportuno spiegarsi alcun tentativo di novità, sia pure fatale, rispondente a necessità ideologiche o sociali. Non dice: forse non comprendo; - ma s'affretta a gridare: - siete pazzi – a coloro che sono stati chiamati dalla Natura a precorrere le vie nuove e ardite”.
Significativa è la definizione che da del Futurismo, prima del 1909: “ Se Futurismo significa esaltazione della vita, di quella vita energica ch'è moto, velocità, irruenza, violenza significa espressione perfetta della nostra anima di arrivisti, di industriali audaci e avidi, di commercianti subdoli, d'operai scontenti e rivoluzionari”.
Lettera indirizzata a Giuseppe Lipparini il 7 luglio 1911, che riporto: “ Credetemi, caro Lipparini, noi abbiamo inventato il “futurismo” per la gravezza paludosa dell'aria che ci sta attorno e ci corrompe e ci pervade entro le vene il sangue e le carni ed il cervello; abbiamo inventato il “futurismo” per bisogno ineffabile ed impellente di nuovo, ci siamo ribellati a tutto e a tutti perché volevamo scorgere, dopo l'empietà dell'incomposta distruzione, qualcosa la quale non fosse il putrido presente incolore, astioso, convinti magari di non aver niente da dire, se non parole di ira, accenti rotti di sdegno, sconvenienze; ma era fede profonda la nostra, ed ora si è capito anche dalle persone serie, era speranza d'invenire fra i rottami il segno vivo di ciò che volevamo.
E se non esistesse bisognerebbe crearlo un movimento simile.. e chiamatelo se più vi piace anarchismo”.
ps. Ben so, che questo mio modo di considerare lo studio letterario farà arricciare il grifo a quanti, sotto lo specioso pretesto di muover guerra alla retorica, vorrebbero, in nome d'una scienza nuovissima, ridurre la letteratura a studio sistematico, sui binari costruiti dai grandi... prof. Ma se un nobile sentimento, una simpatia generosa, un concetto elevato farà palpitare il vostro cuore, dilargare la vostra mente, corroborare o ingentilire l'indole dell'animo vostro, io non giudicherò affatto inutile il mio lavoro. Pietro Rizzo
OPERE DI GESUALDO MANZELLA FRONTINI
POESIA:
«Novissima Semi ritmi» (1904),
«Le rosse vergini. Rime pagane»(1905),
«Il prisma dell'anima» (1911?),
«Sul gigli gocce sanguigne»(1920),
«Il mio libro dai campi P.W.» (1949).
RACCONTI: «Le lupe» (1906),
«Quando la preda è stretta» (1921).
STUDI CRITICI E SAGGI:
«La Lozana Andaluza» (1910),
«Contemporanei e futuristi» (1910),
«Mario Puccini» (1927),
«Il Santo mediterraneo» (1931).
TEATRO:
«L'altro sangue» (1922?),
«Verso le ombre» (1923),
«La madre immortale» (1935).
LIBRI DI LETTERATURA E DI RETORICA:
«Note di letteratura» (1921),
«Lingua e stile» (1931).
ROMANZI:
«Pupetta» (1924),
«Il testamento di Giuda» (1925),
«Circo Barum, naja e sciacalli» (1933),
«Scale» (1935),
«Crocifissi alla terra» (1953),
«Sorte» (1961), quest'ultimo con presentazione di Bonaventura Tecchi.
VARIE:
«Volare» (1927),
«L'eroico imperiale» (1928),
«Italia una e diversa, tutte le regioni» (1923).
31 / 08 / 2010
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