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Cosa nostra e la chiesa


Per ottenere un alleggerimento della pressione dello Stato e dei disagi del carcere duro, la mafia avrebbe tentato di ottenere un intervento "umanitario" della Chiesa. Ne parlano, in un colloquio dell'aprile 2003 il generale Mario Mori e il pm fiorentino Gabriele Chelazzi, poi morto d'infarto, che indagava sulla stagione delle stragi. Era stato l'eccidio di via d'Amelio in cui erano morti Paolo Borsellino e cinque uomini della scorta a provocare, nella notte tra il 19 e il 20 luglio 1992, il trasferimento a Pianosa di una cinquantina di detenuti sottoposti al regime del 41 bis. Il provvedimento aveva creato un certo subbuglio tra i boss tanto che Riina aveva tenuto alcune riunioni nella zona di Mazara del Vallo dove trascorreva la latitanza. Ma aveva anche indotto i familiari di alcuni detenuti a chiedere un intervento al vescovo di Trapani, Domenico Amoroso. Al prelato erano stati consegnati appelli e documenti che monsignor Amoroso si era limitato a riversare su canali istituzionali. A quel tempo, si ricorda nelle carte del pm Chelazzi, stava partendo la presunta "trattativa" mediata dall'ex sindaco Vito Ciancimino. I boss speravano in un intervento della chiesa che invece con Giovanni Paolo II rivolse il 9 maggio 1993 un duro anatema ai mafiosi. Per tenere caldo il canale della "trattativa" Cosa nostra organizzò nel luglio 1993 gli attentati che dovevano mandare un messaggio allo Stato. Ma nel mirino c'era anche la chiesa, colpita con le bombe a San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro. Forse anche l'uccisione, il 15 settembre 1993, di don Pino Puglisi è riconducibile a quella strategia. Identici erano gli obiettivi e anche gli organizzatori sia degli attentati che dell'uccisione del parroco di Brancaccio: gli uomini della cosca dei Graviano. (fonte Siciliainformazioni)

28 / 10 / 2009



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