Cultura: chiome di strilli

Riceviamo e pubblichiamo

Lascia un senso di sbigottimento, quasi assurdo stupore la lettura di questa schizofrenica raccolta poetica scritta – o, per dire con più profondità, composta – a quattro mani da Fabio Strinati e Italo Truzzi. Due personalità differenti; menti poliedriche che si incastrano alla perfezione dentro questa dimensione avvolta in un limbo ammantato da un colore forte e scultoreo.

Due menti avvezze allo sfacelo del diaframma alla ricerca disperata di un diapason che sente il bisogno – quasi necessario, urgente – di urlare tutto il ribrezzo acustico del vivere contemporaneo destinato alla deriva. Sguardi composti…e un carosello di note stonate è il titolo di questa particolare ed unica antologia, quasi in ricordo di un ircocervo, mitologica figura che rappresenta quanto di più chimerico la mente umana possa concepire.

Scoppi di pensieri improvvisi dove gli sguardi composti rappresentano il nòcciolo di un’intenzione scomposta costruita sul tavolo da gioco; parole ricercate, elitarie, che si posano sopra un tappeto di foglie e di vocali a tratti perfino sguaiate, ingiallite e striminzite. Una poesia che indaga col binocolo cesellatore dentro il gigantesco pozzo dove giacciono i derelitti, i disperati, le prostitute, gli sfruttatori, i disonesti, tutti col collare in mano dentro uno zibaldone assuefatto dalla perfidia e dal peggiore degli inganni – la vita, destinata a soccombere a causa del tempo: un tempo che, inesorabilmente, sfugge via fin troppo velocemente. Rime e sonorità dissonanti che vanno ricercate negli angoli più bui e polverosi, sui marciapiedi addolorati o nei dormitori di quelle metropoli affannate che respirano i fumi della desolazione ai confini del tempo.

Derelitti mescolati a un verseggiare sciancato, incastrati in una vita senza speranza, «scomposte creature», morte dentro, «persi tra la gente persa», in balìa di un tempo fasullo abituato a marcire giorno dopo giorno sul confine dell’imputridimento.

L’arte di Strinati e Truzzi è infatti come una lama nel dettaglio, capace di sollecitare i nervi poetici che compongono il sistema nervoso del pentagramma musicale: tormenti che risiedono nei fondali più nascosti della nostra anima inquieta, intorpidita in un fluire scomodo e contemporaneo che assomiglia a «Chiome di strilli in urli sgolati» nel dissolvimento umano. Urla sotterranee e ammalate, eterne, destinate a ripetersi uguali dentro a un tempo senza nessun presente, in grado di scorrere in un continuum di lacerazione dove una moltitudine di ombre giocano a rincorrersi in un mezzogiorno nella moscacieca del disordine.

Paola Tornambè

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