Messina: mafia, racket e usura, 8 arresti

Il bar “Il veliero” a Messina era la loro base operativa. Da qui il gruppo mafioso riconducibile al clan della famiglia Spartà, gestiva tutti i suoi affari. Questa mattina otto persone sono state arrestate dai carabinieri di Messina, supportati dai colleghi del nucleo elicotteri di Catania.

I provvedimenti sono stati emessi dal gip per associazione mafiosa, estorsione, usura, intestazione fittizia di beni e violazione degli obblighi della sorveglianza speciale.

Le manette sono scattate ai polsi di Angelo Bonasera, 53 anni, attualmente detenuto nel carcere di Gazzi per altra causa; Antonio Caliò, 35 anni; Giuseppe cambria, 46 anni; Antonio Cambria Scimone, 50 anni; Tommaso Ferro, detto Masino, 41 anni; Lorenzo Guarnera, 57 anni, attualmente nel carcere di Caltanissetta; Raimondo Messina detto Saro, 46 anni; Alfio Russo detto Massimo 48 anni. per quest’ultimo sono stati disposti gli arresti domiciliari.

Le indagini partono da un’operazione del 2014 del nucleo investigativo dei carabinieri di Messina e hannno preso il via dalle dichiarazioni di Daniele Santovito. Il pentito ha consentito di scoprire il clan guidato da Giacomo Spartà, egemone nel racket dell’usura e delle estorsioni a commercianti e clienti di sale scommesse.

A reggere il clan durante la detenzione del capo era stato Raimondo Messina. Un altro personaggio di spicco della consorteria mafiosa è Antonio Cambria Scimone.

L’operazione odierna, denominata “Polena”, come scritto, era stata avviata nel 2014 ad ottobre, coordinata dai sostituti procuratori Liliana Todaro e Maria Pellegrino. Le indagini hanno consentito di comprovare i rapporti tra Raimondo Messina e gli appartamenti alla famiglia Spartà. La moglie del boss, in occasione della cessazione della semilibertà cui Messina era sottoposto, era andata personalmente, insieme ai propri figli, a fargli visita nella sua casa. Più volte Messina ha manifestato il proprio rspetto verso Antonio Spartà, fratello del detenuto, con cui si incontrava spesso.

Il gruppo mafioso operava nel popoloso quartiere Santa Lucia, a Messina Sud, sopra Contesse. Era un sodalizio ben strutturato e radicato nel territorio, che aveva in programma un numero indeterminato di reati contro il patrimonio e la persona.

Al vertice, come detto, c’era Raimondo Messina, insieme a Gaetano Nostro, entrambi in questo momento in carcere per altra causa. L’attenzione degli investigatori si è concentrata su Messina e Lucà, entrambi indicati quali uomini di fiducia di Giacomo Spartà dal collaboratore Daniele SAntovito.

A due settimane dalle indagini Lucà è stato arrestato nell’operazione Alexander del 9 dicembre del 2014 per diversi episodi estorsivi ed era rimasto coinvolto anche nell’operazione Copil del 24 febbraio del 2015 per il reato di riduzione in schiavitù di un bambino romeno.

Era Messina a gestire la cassa comune del gruppo. Da qui attingeva denaro per il sostentamento dei detenuti e delle loro famiglie. Inoltre, il sodalizio criminale si è dimostrato capace di interferire e condizionare l’attività imprenditoriale di alcuni messinesi imponendo assunzioni o scelte imprenditoriali. Nel corso dell’inchiesta sono stati utilizzati mezzi mafiosi per eliminare del tutto la concorrenza al bar Il veliero, riconducibile a Saro Messina. Un pasticcere era stato obbligato a vendere la vendita di bibite e caffè all’interno del proprio negozio. Allo stesso modo un grossista di prodotti alimentari è stato costretto con la violenza ad interrompere le forniture di carne e lavorati ad alcuni ristoranti cittadini per favorire la nascente attività di macelleria di uno degli indagati.

Il gruppo mafioso non disdegnava estorsioni ai danni di giocatori che frequentavano alcune sale gioco cittadine controllate dallo stesso gruppo. Non sono mancati i casi in cui gli arrestati costringevano il titolare di una sala scommesse a cedere loro la proprietà a causa delle difficoltà economiche, pretendendo persino il pagamento di 5 mila euro per una serie di giocate effettuate con denaro a credito delle società di scommesso che lo stesso aveva effettuato quando era titolare del’esercizio commerciale.

Inoltre, i giocatori venivano costretti a pagare i debiti di gioco contratti con i gestori delle sale con violenza e ritorsioni anche fisiche.

Fra i casi di usura si ricorda quello ai danni di una gioielleria che a fronte di un debito di 4 mila euro è stata costretta a restituire ad un tasso usuraio in soli 6 mesi 8.500 euro. La base logistica dell’attività criminale era il bar Il veliero, gestito ed amministrato da Raimondo Messina, sebbene formalmente di proprietà della madre.

 

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