Sicilia: il mercato degli schiavi costa meno

Schiavi,immigrati,prostitute,bambini e tanto altro sono elementi essenziali di un mondo che ormai non conosce fine e, situazioni che vede migliaia di gente di colore o meno che, arrivati in Italia e soprattutto in Sicilia, non trovando lavoro e, si immettono sulle strade in cerca di un qualcosa che nessuno sa.

Migliaia di braccianti che con la forza delle loro braccia si “accasano” nei campi sfruttati in silenzio in questa fascia di Sicilia del Sud, tra le province di Siracusa e Ragusa.

A sentire i responsabili centri Caritas siciliani, le aziende agricole dedicano ogni spazio di terra per la produzione in serra o a campo aperto per molti mesi l’anno, oltre che del pomodoro di Pachino, di ortaggi, frutta, vino, olio.

Pochi si occupano dei braccianti che in queste campagne lavorano senza orari né dignità, spesso sottopagati. Si chiama dumping. Tradotto: i prezzi alla produzione si contengono sulla pelle dei lavoratori stranieri mentre i prezzi alla vendita restano alti, a vantaggio di mafie e grande distribuzione.  Caritas e centri di accoglienza che spesso sono vittime di soprusi e atti intimidatori da parte di sconosciuti, così come afferma  il direttore di Caritas Ragusa, Domenico Leggio –. “Noi offriamo ai lavoratori agricoli e alle loro famiglie accoglienza, ascolto, sportello legale, lo sportello sindacale curato dalla Cgil, il servizio di medicina e infermeria con la fornitura di alimenti per neonati, la distribuzione di abiti. E un laboratorio teatrale per i bambini dei braccianti per reinterpretarne la situazione. Situazioni difficili e precari visto anche l’alta presenza di bambini visto che, non tutti riescono ad andare a scuola perché spesso sono molto distanti e restano isolati dai coetanei. Passano la giornata sotto le tende mentre i genitori lavorano. Il giovedì li passiamo a prendere. Così riescono a tornare piccoli per qualche ora”.

Nel Ragusano, lavorano 25mila braccianti contrattualizzati, non si sanno le cifre del nero. Si teme che anche i minori siano sfruttati al lavoro nelle serre, come confermano alcune testimonianze agli operatori. Le ore di lavoro non si contano e sono sottopagate, le tariffe del dumping sono su base etnica. «C’è una sorta di scala. Italiani e tunisini – nota Peppe Scifo, segretario generale della Cgil di Ragusa – guadagnano 35 euro al giorno, i romeni fino a 25 32. Molti sono contrattualizzati mentre i richiedenti asilo prendono in nero 15 20 euro».

Precarietà,degrado e ripercussioni che si vivono senza essere notati da coloro che dovrebbero proteggere il caporalato, ma giustificati anche dal fatto che gli italiani a tali prezzi non si avvicinano lontanamente nei campi, visto il “tenore di vita” quotidiano e,  addolorato anche dall’insufficienza di poter vivere degnamente.

Antonio David

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