Tusa (Me): estorsioni e pizzo sul restauro del museo Fiumara d’arte

Le mani della mafia erano arrivate anche sui lavori di restauro del museo Fiumara d’arte del mecenate Antonio Presti a TUsa nel messinese. A scoprirlo sono stati i carabinieri che hanno portato a termine l’operazione denominata concussio che questa mattina ha portato a 14 ordinanze.

Le accuse per gli indagati sono estorsione aggravata dal metodo mafioso e trasferimento fraudolento di valori. Per tre dei 14 indagati sono stati disposti gli arresti in carcere, mentre gli altri undici dovranno presentarsi alla polizia giudiziaria.

Nell’inchiesta condotta dai carabinieri del comando provinciale di Messina, coordinata dalla Dda peloritana, è rimasto coinvolto anche un consigliere di Mistretta attualmente in carica.

L’inchiesta era stata avviata nel 2015 in merito alla famiglia mafiosa di Mistretta operante nella parte più occidentale della provincia. È emerso, così, un tentativo di estorsione che sarebbe stato posto in essere dall’attuale consigliere comunale in concorso con altre due persone.

Uno dei due presunti complici del consigliere è ritenuto appartenente alla cosca palermitana di San Mauro Castelverde, già destinatario di un provvedimento di sequestro dei beni.

Il terzetto aveva messo in atto un’estorsione ai danni di due imprenditori edili che si erano aggiudicati l’appalto per circa 1 milione di euro per il restauro delle opere di Antonio Presti nella “fiumara d’arte” di Tusa.

Lo scorso 6 ottobre le indagini avevano portato all’arresto di una coppia di imprenditori edili con l’accusa di trasferimento fraudolento di valori e hanno permesso di documentare, inoltre, in favore degli undici complici del sodalizio, l’intestazione fittizia di 2 locali notturni e di uno stabilimento balneare e un’attività di compravendita di auto usate sulla fascia tirrenica del messinese.

Nel corso dell’operazione Concussio le attività commerciali attenzionate sono state poste sotto sequestro preventivo, nonché conti correnti e depositi bancari e 5 auto nella disponibilità degli indagati per un valore complessivo di oltre 2 milioni di euro.

L’inchiesta era stata avviata nel 2015 a settembre. A fare scattare le indagini era stata la denuncia di una coppia di imprenditori edili che aveva raccontato un tentativo di estorsione. La coppia si era aggiudicata, a seguito di un ricorso al Tar di Catania, l’appalto indetto dal comune di Mistretta per la riqualificazione delle 12 opere della Fiumara d’arte, finanziata dalla Comunità europea per un importo di 1 milione di euro. I due coniugi avevano presentato un’offerta di 802 mila euro.

La coppia ha spiegato ai carabinieri di essere stata avvicinata dal consigliere comunale di Mistretta Vincenzo Tamburello¸oggi finito in carcere. Tamburello si era presentato dicendo loro che la ditta che aveva ottenuto l’appalto prima del loro ricorso, aveva già versato 50 mila euro ad alcuni soggetti del luogo che poi li avevano restituiti dopo che era stata estromessa dai lavori. Tamburello ha chiesto agli imprenditori di corrispondere 35 mila euro da “devolvere” ad una non precisata signorina che aveva un fratello in carcere e invitava gli imprenditori ad assumere nel proprio cantiere tre operai che lui stesso gli avrebbe successivamente indicato.

Infine, il consigliere esortava gli imprenditori a rifornirsi presso l’impianto dei frateli Lamonica, assicurandogli che, assolvendo a queste richieste, non ci sarebbe stata alcuna richiesta estorsiva, né danneggiamenti al cantiere. Il consigliere è stato poi magnanimo avvertendo gli imprenditori che per il resto delle ulteriori forniture, ovviamente ad eccezione del conglomerato cementizio che sarebbe stato fornito dai fratelli Lamonica, avrebbero potuto rivolgersi al libero mercato.

La non meglio specificata “signorina”, era Maria (morta nel maggio 2016), la sorella di Pietro Rampulla, condannato per essere l’artificiere della strage di Capaci e all’epoca dei fatti detenuto e di Sebastiano Rampulla, storico capo della famiglia di Mistretta, morto nel 2010.

I complici del consigliere di Mistretta sono stati identificati in Giuseppe Re, detto Pino, personaggio ritenuto vicino all’associazione mafiosa e colpito da una misura di prevenzione patrimoniale e personale nel 2015 e dalla zia di quest’ultimo, Isabella Di Bella, una cartomante di Acquedolci. Nel corso delle vicissitudini che avevano preceduto l’aggiudicazione dell’appalto, l’imprenditrice le si era rivolta per domandare quale sarebbe stata la sorte della controversia sull’appalto.

La donna, avendo appreso la situazione, ha girato tutto a suo favore, facendo apparire necessario ai coniugi l’intervento del nipote, presentato come persona “di rispetto” e in grado di intervenire per l’appalto e per il contenzioso aperto di fronte al Tar. Così i due imprenditori avevano accettato di incontrare in un night club proprio Giuseppe Lo Re.

Lo Re ha riferito, durante il primo incontro con i coniugi, che la ditta che precedentemente si era aggiudicata l’appalto, aveva “comprato” lo stesso versando 50 mila euro e che avrebbe attivato un amico per intervenire in loro favore nella gara stessa. Ecco che a questo punto si inserisce il consigliere Tamburello con cui gli imprenditori si sono incontrati all’interno del comune di Mistretta.

Alla decisione del Tar di Catania nel 2015 di dare ragione ai due imprenditori, Lo Re prima attraverso Di Bella e poi di persona, ha richiesto il denaro e avanzato altre richieste concordate con la fantomatica “signorina”. Da qui è partita la preoccupazione e i due imprenditori hanno denunciato l’accaduto alle forze dell’ordine.

Nel corso dell’indagine, inoltre, è stato accertato che Lo Re, per sottrarsi ad eventuali ulteriori provvedimenti ablativi, con la complicità degli altri 11 indagati che si erano prestati a fare da “teste di legno” per le sue attività economiche, gestiva 2 night club uno a Torrenova nel messinese e il secondo a Nicosia i provincia di Enna, un lido balneare a Santo Stefano di Camastra e un’attività di compravendita di auto usate esercitata essenzialmente on-line.

Le indagini hanno permesso di accertare che Lo Re disponeva dei conti correnti bancari delle società sebbene intestate ad altri e gestiva i suoi night club occupandosi personalmente del reclutamento e del pagamento delle ragazze impiegate.

Sulle attività commerciali e sui beni relativi è scattato il sequestro preventivo.

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