Adrano (Ct): colpo al clan Scalisi, 39 arresti

Duro colpo è stato inferto alla mafia catanese, in particolare al gruppo Scalisi. Questa matina su delega della procura distrettuale antimafia di Catania, la polizia ha arrestato 39 persone ad Adrano.

Gli arrestati dovranno rispondere, a vario titolo, di associazione per delinquere di stampo mafioso. Il tutto con l’aggravante di essere associazione armata, finalizzata al traffico di droga. Fra le accuse anche tentato omicidio, estorsione, rapina, furto, ricettazione, armi, danneggiamento seguito da incendio. Tutti reati con l’aggravante di aver agito per conto e in nome del clan Scalisi per agevolarne le attività illecite.

Trentanove le persone che sono state arrestate oggi dalla squadra mobile e dal commissariato di Adrano. È stata disarticolata la locale articolazione della famiglia mafiosa Laudani.

Le indagini hanno consentito di verificare come la “famiglia” mafiosa sottoponeva sistematicamente ad estorsione gran parte delle attività commerciali del territorio. Principale obiettivo era il mercato ortofrutticolo locale. L’operazione è stata denominata “Illegal duty”.

Le manette sono scattate ai polsi di: Giuseppe Scarvaglieri, 49 anni, detto “Pippu ‘u zoppu”, pregiudicato, già arrestato per altra causa; Pietro Maccarrone, 48 anni, detto “Fantozzi o Occhialino”, anche lui già in carcere per altra causa; Alfredo Mannino, 53enne, alias “U caliaru”; Vincenzo Biondi; 40 anni, detto “Enzo Trevi”; Giuseppe Mannino; 54 anni, detto “Ficaruni”, arrestato a Genova; Salvatore Severino, 38 anni, “’u Cunigghiu”, pregiudicato; Pietro Severino, 60 anni, detto “U trummutu”, già in carcere per altra causa; Salvaatore Di Primo, 27enne, detto “Pisciavinu”; Biagio Mannino, 30 anni, detto “U caliaru”; Alfredo Bulla, 33 anni, alias “a Zotta”; Alessio La Manna, 29 anni; Massimo Merlo, 45 anni, già arrestato per altra causa; Roberto Alongi, 41 anni con precedenti di polizia; Antonino Furnari, 21 anni, detto “Ogghiu vecchiu” Agatino Leanza, 23 anni; Antonino Leanza, 21 anni, detto “Pasticcino”; Carmelo Scafidi, 50 anni, detto “Testa rossa”, anche lui già detenuto per altra causa; Nicola Santangelo, 41 anni, alias “Cola ‘a niura”; Agatino Perni, 40 anni; Giuseppe Maccarrone, 29 anni; Pietro Castro; 20 anni; Vincenzo Valastro, 22 anni, detto “A giraffa o Enzu ‘u longu”; Vincenzo Pellegriti, 23 anni; Salvatore Scafiti, 20 anni, detto “Testa rossa”; Sebastiano Salicola, 28 anni, detto “Sebi”; Giuseppe Sinatra, 22 anni, già detenuto per altra causa; Angelo Bulla, 32 anni, detto “’a Zotta”; Mauro Giuliano SAlamone, già Mauro Giuliano Raciti, 26 anni, detto “L’indianu”; Angelo Calamato, 37 anni; Giuseppe Pietro Lucifora, 40 anni, detto “Pietro diecimila”; Alfio Lo Curlo, 25 anni, detto “U patataru”; Maurizio Amendolia, 48 anni; Alfredo Pinzone, 48 anni; Massimo Di Maria, 38 anni, già detenuto per altra causa; Emanuel Bua, 27 anni.

Le indagini hanno permesso di delineare le dinamiche interne all’associazione mafiosa, delineando le dinamiche interne all’associazione mafiosa. Il gruppo criminale era diretto da Giuseppe Scarvaglieri . Sul territori, invece, l’organizzazione era a carico di Giuseppe Mannino, Carmelo Scafidi, Pietro Severino, Pietro Maccarrone, Alfredo Mannino e Vincenzo Biondi.

Sono stati evidenziati gli attuali assetti, individuati gli appartenenti dell’associazione mafiosa. Scarvaglieri continuava a mantenere la leadership impartendo ordini e disposizioni anche dal carcere.

Secondo quanto riferito da uno dei collaboratori di giustizia, poi accertato dalle indagini, Scarvaglieri era l’autorità suprema del gruppo. Dirigeva la “famiglia” nonostante si trovasse in carcere.

Dalle intercettazioni è emerso che il boss detenuto manteneva la corrispondenza con Alfredo Mannino. A lui forniva indicazioni e direttive sul sodalizio criminale.

Tra gli arrestati figura anche un altro esponente di spicco: Massimo Di Maria. Farebbe parte dell’articolazione operativa su Paternò della famiglia Laudani, in stretti rapporti con il gruppo di Adrano. Fu Di Maria ad essere uno degli autori, in concorso con Antonio Magro e Massimo Merlo, dell’omicidio di Maurizio Maccarrone, commesso il 14 novembre del 2014 ad Adrano.

Il gruppo criminale manteneva un capillare controllo del territorio adranito. Qui la “famiglia” sottoponeva ad estorsione la gran parte delle attività commerciali. Compreso il mercato ortofrutticolo. Qui ogni titolare di box doveva pagare mensilmente una somma. In più, era “obbligato” a versare un dazio per accedere, scaricare la merce o acquistare all’ingrosso.

Il gruppo criminale, inoltre, utilizzava incendiare attività o aziende, prima della richiesta di estorsione. Oppure con incendi successivi in caso di rifiuto dei titolari di pagare il pizo.

Le indagini hanno attestato, ancora, che dopo un lungo periodo di conflitto tra le famiglie Scalisi e Santangelo “Taccuni” per il controllo delle attività illecite ad Adrano, era stata raggiunta un’intesa tra le due organizzazioni.

Tre destinatari della misura restrittiva sono irreperibili perché già all’estero. Dopo le formalità di rito gli arrestati sono stati condotti nelle carceri siciliane. Ad eccezione di Zermo, ristretto al carcere di Genova-Marassi.

Alla fase esecutiva hanno partecipato oltre 200 unità della polizia di Stato tra cui gli equipaggi del reparto prevenzione crimine Sicilia orientale e unità eliportata del reparto volo di Palermo. all’arresto di Zermo, a Genova, ha collaborato la locale squadra mobile.

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