Catania: vernissage domenica al MacS sezione internazionale

Domani (domenica 29 marzo 2015), alle ore 19, al MacS (Museo Arte Contemporanea Sicilia) nella Badia piccola del  Monastero di San Benedetto di via Crociferi, a Catania, si terrà, il vernissage della ‘Collezione MacS. Sezione internazionale’. Interverranno: il Direttore del MacS, Giuseppina Napoli, il prof. Adriano Pricoco (Accademia di Belle Arti Catania). 

Giuseppina Napoli (Direttore MacS) sostiene che: “Stiamo vivendo indubbiamente un momento storico particolarmente difficile e drammatico. Assistiamo proprio in questi giorni a terribili aggressioni alla cultura e alla civiltà, immagini orrende di morte, distruzioni di opere d’arte e di reperti storici si susseguono sui media. Guerre ideologiche e sanguinarie minacciano l’Europa, il Medio Oriente brucia. Il mondo intero arranca stremato da una lunga crisi globale. Inaugurare l’inizio della costruzione della collezione MacS, dedicandone la prima sezione all’arte contemporanea internazionale, è il nostro piccolo contributo alla pace e alla solidarietà mondiale. Il visitatore comprenderà che questo primo segmento museale è parte di un più vasto progetto culturale, progetto che propone il continuo dialogo, tra presente e passato, tra la Sicilia e il mondo. Questo segmento della sezione internazionale è il primo sguardo sui fermenti dell’arte figurata del nostro tempo e nel mondo. Da Santiago del Cile a Berlino, da Barcellona a New York. Visioni, denunce, poesie, speranze, paure. Artisti affermati, giovanissimi emergenti. Una grande estensione geografica di artisti e di scuole. Si avverte ovviamente il limite di una collezione che è stata costruita in poco meno di un anno. La rappresentatività degli artisti e dei movimenti è quindi ragionevolmente parziale, così come pure il limite degli spazi museali che presto andranno ad ampliarsi. Difficoltà e limiti che non fanno che sottolineare il grande impegno e la forte volontà del museo MacS di partecipare e contribuire alla promozione dell’arte del nostro tempo. Un ringraziamento davvero speciale agli artisti che hanno reso possibile, in così breve tempo, la realizzazione di questa straordinaria sezione internazionale; il loro contribuito al progetto è stato determinante, con le loro opere hanno voluto onorare questo luogo di indicibile bellezza. Agli artisti, ad ognuno di loro, la nostra sincera gratitudine”.

Gli artisti internazionali: James Xavier Barbour, Lita Cabellut, Marcia Gálvez Camus, Marta Czok, Thomas Dodd, Enrique Donoso, Lorenzo Manuel Durán, Jorge Egea, Daria Endresen, Fernando Fraga, Steven Kenny, Wenceslao Jiménez Molina, Zheng Lai Ming, Ryan Mendoza, Nihil, Judith Peck, José Manuel Martínez Pérez, Mario Andres Robinson, Carlos Asensio Sanagustín, Richard Scott, Miguel Escobar Uribe, Santiago Ydanez, Gary Weismann.

Adriano Pricoco (Accademia di Belle Arti Catania) – “L’avvento del digitale, ha sancito la fine della verità a favore del realismo. Nella fase storica in cui ogni processo creativo viene medializzato per esistere, sembra non esserci più posto per le forme di rappresentazione che hanno accompagnato lo sviluppo artistico delle civiltà umane. Tutto sembra essersi trasformato, quanto meno nelle dinamiche di percezione che ne abbiamo. Se dovendo immaginare un percorso evolutivo dell’arte bisogna risalire al primo uomo che lascia (imprime) una impronta della sua mano all’interno di una caverna, la prima vera rivoluzione in termini artistici avviene nella naturale evoluzione del segno che comincia a divenire rappresentazione, evocando (o invocando) le prime sublimazioni spirituali. La successiva e già quasi definitiva rivoluzione interviene e coincide con la conquista della terza dimensione e la relativa acquisizione conseguente dello spazio, che da scultura non tarderà ad evolversi ulteriormente in architettura. Oggi viviamo nell’egemonia delle immagini; del resto se la differenza sostanziale fra logos e imago sta nella natura regionalistica della prima: se dico (o scrivo ndr) sedia, condivido il senso associativo soltanto con chi usa il medesimo idioma; la sua natura appunto idiomatica è anche il suo limite. L’immagine di una sedia, al contrario è condivisa universalmente in qualsiasi angolo del pianeta e quasi in qualsiasi epoca. Uno degli effetti dell’avvento del digitale, è stato quello di restituire nuova dignità a forme di rappresentazione che nell’arco del XX secolo sembrava quasi fossero state progressivamente abbandonate; non per decadenza oggettiva, bensì per la progressiva smaterializzazione che è derivativa dalla definizione intervenuta nell’arte dopo l’esperienza delle Avanguardie del dopoguerra. Forse già con la nascita della fotografia nel XIX secolo si erano registrate le prime forme di indebolimento della pittura, la preminenza di quest’ultima sul ritratto, che ne ha connotato anche la storia, viene messa in discussione dalla fotografia. Persino l’invenzione del cinematografo e la sua evoluzione in immagini continue ha determinato un conflitto apparente con la tradizione della pittura. Come affermò Wim Wenders in un’intervista nel 1975 “…il cinema è cominciato come una faccenda puramente fenomenologica. Chi ha inventato le prime macchine da presa, quando riprendeva le cose, era interessato solo alla loro rappresentazione. Tutte le altre idee del cinema si sono sviluppate in seguito. Al principio non c’era altro che la pura e semplice rappresentazione della realtà…” ed è proprio questo il limite che ha denotato la fotografia e successivamente il cinema: l’impossibilità di tenere il passo con la natura immaginifica della pittura. È altrettanto vero che lo sviluppo delle tecnologie legate all’immagine nell’arco del Novecento, aveva minato la credibilità della pittura; già Walter Benjamin aveva teorizzato che la riproducibilità tecnologica avrebbe segnato una rivoluzione nell’arte; il cinema stesso nella sua progressiva definizione aveva sancito una democratizzazione delle arti, creando relazioni fra discipline fin lì spesso divise a compartimenti stagni, ma è apparso altrettanto palese che nella sua evoluzione avrebbe restituito nuova dignità all’idea di rappresentazione figurativa. La figurazione appunto, che sembrava esser stata resa obsoleta dall’astrattismo nell’arco nel XX secolo, è stato costante oggetto di riscoperta e rivalutazione. Paradossalmente è stato proprio lo sviluppo delle tecnologie digitali di rappresentazione ad aver dato nuova linfa vitale alla figurazione. Il confine fra fotografia e pittura nell’epoca di software quali Photoshop si è talmente assottigliato da essere quasi impercettibile. E la pittura? Cosa ne è stato della pittura, del suo esercizio procedurale e metodologico? Si sono forse estinti? Naturalmente no. Convivono come forma sinergica alla mappatura del mondo che le immagini di natura digitale aspirano ineluttabilmente a compiere senza però riuscire ancora nell’intento. In una società dominata dall’immagine, l’arte richiede sempre più un’aura a protezione del suo carattere fragile. Abbiamo assistito ad una radicale trasformazione dell’atteggiamento fruitivo dell’opera: se alla fine dell’Ottocento le forme di rappresentazione artistica si avvalevano di codici multipli che consentivano una chiave di lettura del fruitore attraverso le dinamiche di racconto, di istanze basate su regole proporzionali, di valori cromatici e modelli tratti dalla natura, con le Avanguardie si è formulato un approccio costruito su codici singoli e specialistici. L’effetto è stato una ripartizione per categorie di fruitori. Ed è stato proprio il cinema a raccogliere l’eredità dei codici multipli divenendo la forma artistica di rappresentazione più popolare. Ma il cinema non è sufficiente a compensare la perdita di aura intervenuta nell’opera d’arte nell’arco del Novecento.  La figurazione non è mai stata appannaggio di una unica disciplina espressiva, anzi ha avuto la capacità di rinnovarsi adeguando le proprie istanze all’evoluzione dei mezzi espressivi, generando nuove dinamiche e significati. Le immagini nella loro accezione generica che hanno assunto ed a cui ascriviamo tutto lo scibile contemporaneo hanno depauperato il significato a favore del significante. L’origine di questo depauperamento di senso va cercato nel cortocircuito che la diffusione massiva che le immagini hanno nel nostro contemporaneo, la ridondanza delle (e nelle) immagini è solo uno degli effetti collaterali con cui dobbiamo fare i conti. L’intento di affrancarsi dalla tradizione si è rivelato demagogico in tutti gli ambiti disciplinari dell’arte. Se il contemporaneo si offre a noi come un confuso disorientamento esistenziale è anche per via della retorica che abbiamo edificato intorno alle immagini. Forse anche a questo servono le collezioni pubbliche di Arte; riedificare il senso più nobile di Cultura come reale prospettiva di crescita ed emancipazione. La collezione che il MacS presenta è da ritenersi un patrimonio a lungo termine per un territorio che vanta una esemplare vitalità artistica. È inoltre una risorsa culturale volta a crescere progressivamente nel tempo. Il consumo culturale in una città come Catania è destinato a crescere esponenzialmente”.

 

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