Caltanissetta: le mani della mafia sui lavori pubblici, 7 arresti

Gestivano gli appalti dei lavori pubblici eseguiti a Caltanissetta, oltre ad imporre il pizzo. Imponevano ditte di appartenenti al sodalizio o a soggetti compiacenti agli operatori economici che lavoravano nel territorio. L’associazione mafiosa è stata sgominata dalla polizia del capoluogo nisseno con l’operazione denominata Colpo di grazia. Sette le persone arrestate. Si tratta di: Antonino Bracco, 65 anni; Armando Giuseppe D’arma, 60 anni; Salvatore Dario Di Francesco, 55 anni; Antonio Giovanni Maranto, 50 anni; Angelo Palermo, 57 anni, Giovanni Privitera, 58 anni e Giusepe Rabbita, 44 anni. Tutti dovranno rispondere di estorsione aggravata.

L’operazione ha tenuto impegnati gli agenti della squadra mobile che hanno anche cercato riscontro alle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Alberto Carlo Ferrauto, Pietro Riggio, Aldo Riggi, Francesco Ercole Iacona, Agesilao Mirisola, Salvatore Ferraro Giuseppe Giovanni Laurino, Ciro Vara e Antonino Giuffrè.

Il gruppo in particolare gestiva i lavori dell’area industriale di Caltanissetta. Gli appalti passavano per le mani di uno degli impiegati dell’Asi, Dario Di Francesco, finito in carcere nel 2003 nell’operazione bobcat-Itaca, compare di Vincenzo Arnone, noto boss di Serradifalco.

Oltre al pagamento del pizzo che ammontava al 2% dell’importo degli appalti aggiudicati, gli arrestati imponevano anche le forniture di mezzi e materiali in modo da acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri. Le estorsioni hanno riguardato ben 8 appalti, in particolare quelli per la realizzazione del depuratore all’ASI di Caltanissetta; il completamento della viabilità della zona ovest e della zona nord di c.da Calderaro; la realizzazione del museo archeologico di Santo Spirito; la realizzazione della chiesa di San Luca; la manutenzione straordinaria per la continuità e la sicurezza del transito mediante la sistemazione dei tratti saltuari da prog. 0+000 a prog. 3+000 – S.P. n. 64 “di Serrafichera”- Stazione di Vallelunga; il rifacimento della via Paladini e il rifacimento dell’impianto fognario di Santa Barbara.

Grazie anche alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, i poliziotti hanno potuto ricostruire anche vicende che esulano dal contesto della città capoluogo e che riguardano le cointeressenze del sodalizio mafioso nel settore lucroso dei lavori di metanizzazione effettuati nella provincia di Caltanissetta che hanno costituito una notevole opportunità di ingenti guadagni in termini di versamento di somme di denaro a titolo di pizzo e di aggiudicazione in sub appalto di commesse in favore di ditte gestite da soggetti vicini all’organizzazione criminale.

In particolar modo, si è potuta ricostruire una vicenda che riguarda la “messa a posto” per la realizzazione della rete di metanizzazione nei comuni del “Vallone”, Vallelunga Pratameno Villalba, Marianopoli e Resuttano, ricadenti, in termini di competenza mafiosa, proprio nel mandamento di Vallelunga che vede quale deus ex machina il noto mafioso Giovanni Privitera, così come ha riferito Antonino Giuffrè, cui tale estorsione è contestata con la presente misura cautelare.

Privitera uno degli uomini più fidati di Piddu Madonia, boss incontrastato del “vallone”, ha curato personalmente la “messa a posto” per questi lavori dopo aver ottenuto il placet di Giuffrè e Bernardo Provenzano.

Nel corso delle indagini, invece, è stata registrate totale assenza di spontanea collaborazione da parte delle vittime di estorsioni.  Quasi tutti gli imprenditori lambiti dalle vicende estorsive hanno scelto un atteggiamento di chiusura, totale o parziale, in merito alle vicende riferite dai collaboratori di giustizia, che sono state, nella loro sostanza, negate o enormemente edulcorate nel loro reale svolgimento. Solo in alcuni casi, la totale apertura nei confronti di questa D.D.A., si è registrata a seguito di contestazioni in merito a dichiarazioni certamente reticenti e che avevano comportato l’iscrizione nel registro degli indagati per il reato di false informazioni a Pubblico Ministero. Sebbene la maggior parte degli imprenditori escussi abbia mantenuto un atteggiamento solo apparentemente collaborativo, puntando il dito contro soggetti la cui collaborazione con la giustizia è ormai nota e preferendo tacere la responsabilità di coloro che non risultano aver effettuato analoga scelta di dissociazione dal sodalizio mafioso, va comunque sottolineato come, rispetto a quanto emerso in altri procedimenti, vi siano stati soggetti escussi che hanno offerto elementi indubbiamente apprezzabili ai fini investigativi.

 Maria Chiara Ferraù

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