Paternò (Ct): aveva arsenale di armi e droga, arrestato il boss Alleruzzo

Lo storico boss della zona di Paternò, nel catanese, Giuseppe Alleruzzo, è stato arrestato dai Carabinieri. Nel corso di una perquisizione domiciliare i militari dell’Arma hanno trovato un vero arsenale composto da decine di fucili clandestini e pistole detenute illegalmente, in ottimo stato di conservazione e pronte all’uso. Centinaia anche le munizioni rinvenute, oltre a diversi attrezzi e kit per la pulizia delle armi. Le armi e le munizioni erano nascoste in casa e nel giardino di pertinenza, ben posizionate in contenitori sigillati e interrati e posti nella fitta coltivazione di fichi d’india. Il lavoro dei militari ha permesso di trovare, nascosta nel box auto, anche una busta con 400 grammi di cocaina purissima pronta per essere tagliata  e immessa sul mercato al dettaglio, insieme ad un bilancino di precisione.

I carabinieri di Paternò sono giunti all’operazione dopo una complessa attività di indagine diretta a monitorare i sodalizi mafiosi operanti nella zona pedemontana paternese. Il blitz è stato eseguito dopo alcuni giorni di osservazione a distanza della campagna di Alleruzzo.

Alleruzzo, capo dell’omonima famiglia mafiosa, è stato uno dei pentiti storici dei clan catanesi. Ha iniziato la sua collaborazione l’undici agosto del 1987, dopo aver visto il cadavere della moglie Lucia Anastasi, uccisa in una faida mafiosa.

LA STORIA DEL CLAN ALLERUZZO

Tra il 1975 e l’87 la storia criminale di Paternò, importante centro agrumicolo il cui territorio si estende fino alla cosiddetta piana di Catania, è interessato da una sanguinosa faida che, via via, si estende in altri Comuni quali Adrano, Biancavilla, Santa Maria di Licodia, Scordia, Palagonia. Detta faida è originata all’interno della malavita locale. Il 31 luglio 1975, in via Scala Vecchia di Paternò, vengono assassinati i fratelli Angelo e Giuseppe Catena e contestualmente viene ferito un terzo fratello, Orazio.

Il delitto matura nell’ambito delle corse clandestine dei cavalli e del consistente giro di denaro che ruota attorno alle stesse. E’ la scintilla che accende le ostilità tra due opposte fazioni, quella riconducibile, appunto, ai fratelli Catena, che poi sarà rilevata da un certo Giuseppe Alleruzzo, e quella riconducibile a Orazio Conigliello, persona che tiene contatti stretti con Salvatore Rapisarda, classe 1955, nonché Federico Antonio Morabito, detto Nino “Lima”, e Vito Arena, detto Vito “u piscaturi”, con i quali il Conigliello organizza e partecipa a dette corse in aperto contrasto coi fratelli Catena. Il 7 marzo ’79, la Corte d’Assise di Catania riconosce colpevole Salvatore Rapisarda del delitto in questione e lo condanna alla pena complessiva di 26 anni di reclusione. La pena viene confermata in Appello il 21 novembre del ’79.

A seguito di tali fatti ha inizio la lunga scia di sangue, a cominciare dall’omicidio di Giuseppe Mazzaglia, avvenuto il 7 marzo 1980, cui seguirono le uccisioni di vari amici di Morabito, di due componenti della famiglia di quest’ultimo e la scomparsa di Alfio Rapisarda, fratello di Salvatore, avvenuta il 16 ottobre 1980.

Si registrano anche altri episodi delittuosi. Tra questi assume particolare importanza l’omicidio di Antonino Scalisi, figura autorevole del panorama criminale adranita, persona molto legata ai Laudani di Catania ed a loro volta legati a Alfio Ferlito, classe ’46, che, come noto, perirà nel corso della cosiddetta strage della circonvallazione di Palermo il 16 giugno ’82, allorché morirono anche dei Carabinieri di scorta. Lo Scalisi era entrato in aperto contrasto per questioni di predominio territoriale con gli Alleruzzo di Paternò.

Nella seconda metà degli anni ’80, dunque, prende corpo a Paternò l’associazione per delinquere facente capo a Giuseppe Alleruzzo, classe ’35, ufficialmente pastore, il quale si avvale dell’appoggio del cognato, Francesco Augusto Ferrera (cugino di Benedetto Santapaola), sposato con Nunzia Anastasi, sorella di Lucia Anastasi, la moglie di Alleruzzo.

Alleruzzo si circonda di personaggi di elevato livello criminale, di pastori e pericolosi pregiudicati della zona quali, ad esempio, gli Agnone da Scordia, Salvatore Salomone ed altri di Adrano, Placido Gurgone, Placido Tomasello e si circonda di killer di comprovata abilità tra cui Salvatore Leanza, detto Turi padedda; Luigi Panebianco, inteso Luigi Baccalaru, Franco Barcellona, detto Lurbidda, Nino Amantea, zio di Francesco Amantea, uomo d’onore e personaggio che si farà avanti negli anni e che attualmente ricopre un ruolo di primo piano nella mafia paternese e Domenico Assinnata, detto Mimmo u catanisi che non esita a donare il sangue a Alleruzzo quando subisce un attentato.

Alleruzzo si allea anche con i Pellegriti di Adrano. Il 16.10.80, scompare, come detto, Alfio Rapisarda, fratello di Salvatore. Il 30 dello stesso mese vengono uccisi Nunzio e Giuseppe Morabito, stretti congiunti di Federico Antonino Morabito, detto nino lima, ucciso il 29 luglio del 1980. Questi fatti determinano un’alleanza tra le famiglie Morabito, Rapisarda, Laudani e Scalisi Salvatore, figlio di Antonio, nonché genero di Gaetano Tutino, detto “Testaì”, pericoloso pregiudicato che spadroneggia a Palagonia. Questa alleanza viene costituita per contrastare l’irresistibile ascesa di Giuseppe Alleruzzo.

Lo scontro si conclude con la definitiva affermazione della cosca Alleruzzo, Pellegriti, Gurgone (Paternò – Adrano – Biancavilla) e con l’incremento, soprattutto negli ’80-’82, delle attività delittuose, sia contro il patrimonio che contro la persona e con lo svilupparsi di una intensa attività di traffico di stupefacenti verso il nord Italia ed uno spaccio al dettaglio che, purtroppo, fa aumentare il numero di giovani tossicodipendenti locali.

Nel febbraio dell’86, dopo una pluriennale latitanza, Giuseppe Alleruzzo, ma anche Giuseppe Pellegriti, vengono arrestati. Entrambi, dopo tragici luttuosi eventi che colpiscono i loro familiari, decidono di diventare collaboratori di giustizia. In particolare, il 9 luglio del 1987 viene ucciso Santo Alleruzzo, figlio di Giuseppe e la notte tra l’undici e il dodici agosto dello stesso anno viene assassinata la moglie di Giuseppe Alleruzzo, Maria Anastasi, mentre si trova seduta su un gradino davanti alla porta di casa. Alleruzzo, quindi, decide di collaborare con la giustizia, rendendo piena confessione dei propri misfatti. Era il 17 agosto del 1987.

Dopo gli avvenimenti giudiziari che hanno seguito queste vicende si è giunti, dietro l’input delle “Famiglie” di Catania, a una sorta di patto di non belligeranza, addirittura finanche di alleanza o comunque di collaborazione, a Paternò, tra le cosche  contrapposte degli Alleruzzo – Pellegriti – Gurgone e Stimoli – Morabito

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